La guerra dei due stretti: Hormuz paralizzato, Bab al-Mandeb sotto tensione

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre il fragore delle esplosioni echeggia lungo le sponde del Golfo Persico e le diplomazie internazionali tentano invano di ricucire uno strappo che appare ormai lacerante, la geografia del Medio Oriente torna a essere il centro di una partita dagli esiti incerti.

Lo Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia attraverso il quale passa gran parte del petrolio mondiale, è di fatto un'arteria recisa: i transiti sono ridotti a un lumicino, con appena una manciata di navi che osano sfidare le acque sorvegliate dai Pasdaran, mentre lo Stretto di Bab al-Mandeb, nel Mar Rosso, regge ancora, pur tra mille tensioni e una minaccia costante che ha mutato radicalmente le rotte del commercio globale. La guerra, ormai, si combatte anche e soprattutto sui mari, con il traffico marittimo come ostaggio e le economie del mondo intero che trattengono il fiato.

Hormuz, lo strangolamento del Golfo

La situazione nel passaggio tra Iran e Oman è di una gravità tale da far parlare di paralisi quasi totale. Le statistiche dei transiti, tanto per intenderci, raccontano di un collasso: se prima del conflitto lo stretto era solcato quotidianamente da decine di petroliere, oggi i numeri sono crollati vertiginosamente, con un'impasse che dura ormai da giorni. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno rivendicato il blocco, avvertendo che il passaggio rimarrà chiuso fintanto che gli Stati Uniti continueranno le loro operazioni militari.

Di fatto, il Comando Centrale americano sostiene che lo stretto sia aperto e protetto dalla propria marina, ma la realtà dei fatti è ben diversa: le navi commerciali, per paura di essere colpite o di incappare in mine, preferiscono non transitare. E mentre le petroliere restano ancorate in attesa di un via libera che tarda ad arrivare, le agenzie dell'Onu lanciano l'allarme per i circa seimila marinai bloccati nella zona, chiedendo un'evacuazione che al momento appare un miraggio, tra l'acuirsi di quella che è ormai definita una grave crisi umanitaria.

Bab al-Mandeb, il miraggio della navigazione

Se a Hormuz è calato il sipario, a Bab al-Mandeb, il passaggio che separa lo Yemen dal Corno d'Africa, il quadro è più sfumato ma non per questo meno preoccupante. I ribelli Houthi, fedeli alleati di Teheran, hanno dichiarato un blocco navale, ma con una precisazione non di poco conto: lo stop riguarda solo le imbarcazioni saudite, mentre le navi di altre nazionalità, almeno in teoria, possono transitare. Una distinzione, questa, che ha permesso il passaggio di alcune superpetroliere cinesi, ma che non deve ingannare sulla pericolosità della rotta.

I dati parlano chiaro: il traffico nel canale è dimezzato, e si contano appena una ventina di transiti al giorno contro le settanta navi che lo attraversavano prima della guerra. E il movimento è in ulteriore calo. Le minacce degli Houthi, che hanno già colpito petroliere saudite, si sommano agli attacchi aerei che l'Arabia Saudita ha sferrato sul porto yemenita di Hodeidah, distruggendo serbatoi di carburante e infrastrutture di telecomunicazione, in un crescendo di ritorsioni che rischia di far saltare il già fragile equilibrio della regione.

L'impatto economico di una guerra su due fronti

Questa situazione di stallo sui due fronti marittimi ha conseguenze economiche che si ripercuotono a catena su scala globale. Il blocco di Hormuz ha fatto impennare il prezzo del petrolio, con il Brent che ha sfiorato quota 90 dollari al barile, un'impennata che rischia di alimentare l'inflazione e rallentare la ripresa economica.

L'Arabia Saudita, che ha cercato di bypassare il blocco di Hormuz utilizzando l'oleodotto East-West per dirottare il greggio verso il Mar Rosso, ora si trova a fare i conti con la minaccia Houthi, che mette a rischio il suo porto di Yanbu, un hub cruciale per le esportazioni. E se i ribelli yemeniti dovessero riuscire a bloccare davvero il traffico anche a Bab al-Mandeb, l'effetto sui prezzi e sulle catene di approvvigionamento sarebbe devastante.

L'alternativa per le navi è quella di circumnavigare l'Africa passando per il Capo di Buona Speranza, una soluzione che allunga i tempi di percorrenza e fa lievitare i costi, con un impatto significativo su tutti i settori, dall'agroalimentare alla moda, dalla meccanica ai trasporti.

Mediazioni e minacce: il nodo della diplomazia

In questo contesto infuocato, i tentativi di mediazione si susseguono senza però sortire effetti concreti. L'Oman, storico interlocutore neutrale nella regione, ha inviato una delegazione a Teheran per discutere la gestione del traffico navale a Hormuz, mentre gli stessi diplomatici omaniti sono al lavoro per cercare di raffreddare gli animi anche sul fronte yemenita. Sul piano politico, la tensione è alle stelle.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, interpellato sull'ipotesi di un attacco massiccio contro l'Iran, ha risposto che sta valutando l'opzione, mentre Teheran respinge al mittente qualsiasi proposta di tregua che non affronti a fondo il nodo del controllo degli stretti. La linea è dura, e i segnali di un possibile allargamento del conflitto, con il coinvolgimento di altri attori regionali, sono sempre più frequenti, in un gioco di specchi e di minacce che tiene il mondo con il fiato sospeso, in attesa che la diplomazia, o la forza, dettino la prossima mossa.

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