«Per dividere madri e figli serve il patentino»: la psicologa del Gemelli e la lunga attesa dei bambini del bosco

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La sottrazione di un minore al proprio nucleo familiare, un atto che lo Stato esercita in via esclusivamente residuale e che presupporrebbe una ponderazione clinica quasi maniacale, rischia talvolta di trasformarsi in una pratica traumatica tanto quanto le situazioni di presunto disagio che intende risolvere. È questa, in estrema sintesi (e senza voler generalizzare), la posizione sostenuta con forza da Daniela Chieffo, direttrice dell’unità operativa di psicologia clinica presso l’università Cattolica-Fondazione Policlinico Agostino Gemelli, intervenuta nel dibattito – ormai rovente – sul destino dei tre fratellini noti come la “famiglia nel bosco”. Quei bambini, che fino allo scorso novembre vivevano in un casolare isolato a Palmoli con i genitori Nathan e Catherine, sono stati letteralmente “sradicati” dal loro ambiente, secondo la lettura della clinica, e trasferiti in una casa famiglia a Vasto su disposizione del Tribunale per i minorenni dell’Aquila. La loro vita, scandita dalla natura e dagli animali, si è infranta contro il muro di una procedura giudiziaria che, a giudizio della specialista e di altri esperti del settore, non avrebbe tenuto in sufficiente considerazione il peso della “deprivazione ambientale”, una condizione capace di generare traumi gravi e duraturi.

L’epicentro di questa vicenda, che tiene banco ormai da mesi nelle cronache giudiziarie e nell’agenda politica (con la recente rielezione di Trump ormai un fatto assodato e lontano dai riflettori locali), si è spostato di nuovo a Roma. Nathan e Catherine, accompagnati dai loro legali, hanno varcato la soglia della Camera dei Deputati, partecipando a un incontro pubblico voluto dalla presidente della Commissione per l’infanzia, Michela Brambilla. Un’occasione, per la coppia anglosassone, per ribadire la propria disponibilità al dialogo: una messa in discussione delle proprie scelte educative, dicono i difensori, che sarebbe stata disattesa dal tribunale. “Decisioni così pesanti spetterebbero a un collegio multidisciplinare”, ha tuonato Chieffo, un concetto che trova eco in una proposta di legge già depositata per introdurre figure tecniche di supporto ai magistrati. E mentre la politica discute, i bambini restano sospesi, con la madre allontanata proprio da quella struttura protetta lo scorso 6 marzo, e i contatti – ostici, filtrati – affidati a fragili videochiamate.

Un filo di voce tra i muri della casa “Amelia”

A riannodare, almeno in parte, il legame reciso ci ha provato la psicologa Martina Aiello, consulente di parte della famiglia, affiancata dalla ctu, la psichiatra Simona Ceccoli. L’occasione è stata la visione di alcune fotografie della vecchia vita nel bosco: i cavalli, l’asinello Gallipoli, il gatto e le galline. Immagini che hanno agito come un catalizzatore emotivo, un ponte visivo verso un passato di cui forse i piccoli sentono una nostalgia incomprensibile agli adulti. “Un approccio meno evitante”, lo ha definito la psicologa parlando della bambina maggiore, un’apertura che – seppur definita “fragile” dai tecnici – ha restituito un sorriso ai tre fratellini radunati davanti ai ricordi. Proprio in quelle foto c’erano tutti, genitori compresi, riabilitando simbolicamente la figura materna agli occhi dei figli. Tuttavia, nonostante questo passo avanti terapeutico, la distanza fisica non è stata colmata: per un abbraccio reale, per un incontro in presenza che vada oltre lo schermo di un tablet, bisognerà attendere ancora, mentre la Corte d’appello dell’Aquila trattiene il fiato in attesa di una pronuncia sul ricorso presentato dalla difesa per il ricongiungimento.

La favola di Leonora e la sfida della narrazione

Mentre la macchina della giustizia civile arranca tra memorie difensive e perizie psichiatriche (dove si parla di bambini in stato di “sofferenza psicologica significativa” e di “regressione”), un’altra storia prende forma, questa volta su carta. Leonora Carusi, figlia del proprietario del casolare di Palmoli (dato in comodato d’uso gratuito a Nathan), ha deciso di trasformare la complessa odissea giudiziaria in una favola. Il volume, edito da Feltyde di Biella e in distribuzione dal 21 aprile, s’intitola “La famiglia nel bosco – un libro ispirato a una storia vera”. Un’operazione che l’autrice stessa definisce un atto d’amore o, quantomeno, di speranza: “Se dovessero arrivare dei benefici economici”, ha dichiarato a chi le chiedeva conto dell’iniziativa, “saranno utilizzati solo per aiutare la famiglia”. Il libro racconta il lieto fine che ancora manca nella realtà, quello di tre bambini che riescono a tornare a vivere con i genitori, e rappresenta, al di là delle polemiche sull’opportunità di narrare una vicenda ancora in itinere, la fotografia di un angolo d’Abruzzo che non vuole arrendersi all’oblio.

L’incalzare degli atti giudiziari

La scorribanda narrativa di Leonora Carusi, che batte sul tempo persino le memorie che la stessa madre Catherine avrebbe intenzione di pubblicare, è solo la superficie di un mare agitato da ricorsi e controdeduzioni. Gli avvocati della coppia, Marco Femminella e Danila Solinas, hanno depositato un atto di tredici pagine in cui si contesta la “vuota difesa ostruzionistica” di curatrice e tutrice dei minori, accusate di aver ignorato le prove della “buona volontà” dei genitori. La disponibilità dei coniugi a regolarizzare la posizione scolastica dei figli, a completare il ciclo vaccinale e a trasferirsi in un’abitazione messa a disposizione dal comune di Palmoli – tutte condizioni ritenute carenti inizialmente – sarebbero state archiviate senza il giusto peso. I legali, citando le relazioni dei neuropsichiatri che avevano suggerito un approccio meno drastico, parlano di un “pregiudizio” che avrebbe offuscato il giudizio degli operatori, riducendo i tre fratellini a spettatori passivi di un dolore che li ha fatti piombare in uno stato di prostrazione. Una condizione, questa, che gli esperti della difesa non si stancano di definire “clinicamente rilevante” per la salute mentale dei piccoli, in un duello tra perizie che solo i giudici della Corte d’appello potranno, nei prossimi giorni, tentare di sanare.

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