Il codice Rocco, le madri costituenti e la polemica sul patentino antifascista che infiamma il mondo della cultura
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Redazione Interno
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La dichiarazione di antifascismo richiesta dagli organizzatori di Più libri più liberi, la fiera romana dell'editoria indipendente, ha innescato un dibattito che si è rapidamente esteso oltre i confini della manifestazione, coinvolgendo il ministro della Giustizia Carlo Nordio in una ridda di precisazioni e retromarce. È stata Serena Dandini, autrice di "Paura non abbiamo.
Storie delle donne che hanno fatto la Repubblica" (Einaudi), a riportare l'attenzione sul fulcro della questione, quel corpus normativo noto come codice Rocco, risalente al 1930 e firmato dal gerarca fascista Alfredo Rocco, che ancora oggi, suo malgrado, rappresenta l'impalcatura portante del nostro sistema penale.
Dandini, con la consueta incisività, ha voluto sottolineare come quel codice, nelle sue originarie disposizioni, contenesse articoli che oggi definiremmo semplicemente mostruosi, e che furono cancellati soltanto grazie all'intervento determinato delle madri costituenti e delle parlamentari che seguirono la loro scia, un lavoro capillare di riscrittura civile che ha impiegato decenni per emanciparsi da quella retorica dell'onore maschile e della subordinazione femminile.
Le "terribili" eredità del codice e il lavoro delle costituenti
Il riferimento di Dandini agli articoli "terribili" del codice Rocco non è affatto retorico, e va a colpire dritto al cuore di quelle norme che per decenni hanno legittimato la violenza domestica e la disparità di genere.
Si pensi al delitto d'onore, che scriminava l'omicidio del coniuge, della sorella o della figlia qualora questi avessero "offeso" l'onore della famiglia; al matrimonio riparatore, che cancellava il reato di violenza carnale se lo stupratore avesse sposato la vittima; o ancora allo ius corrigendi, il diritto del capofamiglia di "correggere" i figli e la moglie, anche con l'uso della forza fisica.
Ebbene, è proprio a partire da queste basi, che oggi appaiono lontanissime dalla sensibilità giuridica contemporanea, che si è scatenata la bufera politica, con il ministro Nordio costretto a districarsi tra le accuse di nostalgismo e le proprie dichiarazioni, rese poche ore prima, in cui sembrava quasi giustificare la permanenza di quel codice alla luce della mancata attuazione di una riforma radicale.
La difesa di Nordio e la commissione del "codice nuovo"
Il nervosismo del ministro della Giustizia, manifestato in una lettera indirizzata al direttore di un importante quotidiano, è stato palpabile: Nordio ha infatti respinto al mittente l'accusa di aver "lodato" Mussolini, sostenendo che le sue parole erano state travisate e che lui, per primo, vent'anni fa aveva presieduto la commissione per la stesura di un nuovo codice penale, un progetto poi finito nel cassetto a causa di priorità politiche contingentate, come il referendum sulla giustizia, e della consapevolezza che, nell'ultimo anno, una riforma di tale portata sarebbe stata comunque
Irrealizzabile.
Eppure, la sua stessa ammissione, secondo cui il codice Rocco sarebbe ancora in vigore non per volontà espressa ma per inerzia politica, non ha fatto che alimentare la polemica, soprattutto alla luce delle contestazioni sollevate dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la quale aveva bollato come "censura" la clausola introdotta dagli organizzatori della fiera, dimenticando forse che quel ripudio del fascismo, più che un'opzione ideologica, costituisce un presupposto ineludibile per chiunque voglia operare in una cornice istituzionale che affonda le sue radici nella Costituzione
Repubblicana.
L'intervento di Moni Ovadia e il ripudio come legalità
A chiarire definitivamente questo punto, sul fronte opposto, ci ha pensato Moni Ovadia, il quale, intervenendo a "Battitori liberi" su Radio Cusano, ha ribaltato la prospettiva con una lucidità che non ammette ambiguità. Per l'intellettuale, chiedere di ripudiare il fascismo non è un atto di esclusione ideologica né una ghettizzazione, bensì un presupposto di legalità repubblicana che dovrebbe essere scontato, un requisito minimo che si iscrive perfettamente nello spirito della nostra Carta fondamentale.
Ovadia, con il suo stile diretto e talvolta tagliente, ha ricordato come il presidente del Senato Ignazio La Russa, e con lui tutte le più alte cariche dello Stato, ricoprano i propri ruoli proprio perché gli antifascisti hanno vinto la guerra civile e hanno costruito la democrazia su quelle ceneri, invitando dunque a smettere di "baloccarsi" con la memoria del duce, quasi che quel passato fosse soltanto un'opinione tra le tante e non, piuttosto, un crimine contro l'umanità che ha segnato la storia d'Italia.
In questo quadro, la fiera Più libri più liberi, lungi dall'essere un luogo di intolleranza, si configura come uno spazio di resistenza culturale dove la domanda di antifascismo diventa un filtro legittimo, una sorta di patentino morale che, nelle intenzioni degli organizzatori, dovrebbe garantire la coerenza tra i contenuti esposti e i valori repubblicani, anche se questo meccanismo, per sua natura, finisce per sollevare interrogativi complessi sulla libertà di espressione e sui limiti della tolleranza in una democrazia matura.
Le contraddizioni di un sistema e il peso della memoria
Il dibattito, che ha assunto toni sempre più accesi nelle ultime ore, rivela in realtà una contraddizione profonda che attraversa il nostro paese: da un lato, si invoca a gran voce una riforma del codice penale che superi definitivamente l'impianto autoritario del regime, mentre dall'altro, ci si scontra con la difficoltà di mettere mano a una normativa che, pur nelle sue storture, garantisce un certo equilibrio garantista.
Le parole di Dandini, nel ricordare il contributo fondamentale delle donne che hanno scritto la Costituzione, servono a riportare il discorso su un piano storico concreto, lontano dagli slogan e dalle strumentalizzazioni politiche, eppure è proprio la concretezza di quelle battaglie passate a rendere paradossale la situazione attuale, in cui un ministro della Repubblica si trova a dover spiegare perché non sia ancora riuscito a cambiare un codice che lui stesso considera superato.
E mentre la politica rincorre le dichiarazioni e le smentite, il mondo della cultura, rappresentato da scrittori, editori e intellettuali, sembra aver assunto il ruolo di sentinella di quei principi che i padri e le madri costituenti vollero imprimere nella Carta, quasi a voler supplire con la coscienza civile a una classe dirigente che, troppo spesso, appare impantanata nelle sirene del presente e incapace di guardare con onestà al proprio passato, un passato che, come insegna la vicenda del codice Rocco, continua a influenzare le aule dei tribunali e la vita delle persone, molto più di
Quanto si voglia ammettere.




