La Basilicata nel mirino delle mafie: alleanze tra clan locali e 'ndrangheta jonica
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Redazione Interno
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La Basilicata, regione storicamente considerata marginale rispetto ai grandi circuiti della criminalità organizzata, risente sempre più dell’influenza dei clan mafiosi radicati nei territori confinanti. A Potenza, secondo gli ultimi accertamenti investigativi, opererebbe ancora l’associazione Martorano-Stefanutti, legata a doppio filo con il potente clan Aracri di Cutro, attivo in Calabria ma con ramificazioni che si spingono fino all’Emilia Romagna. Le attività illecite, documentate dalla Direzione Investigativa Antimafia (Dia), spaziano dal controllo delle slot machines al traffico di stupefacenti e armi, passando per estorsioni, usura e infiltrazioni nel settore eolico, dove gli appalti rappresentano un affare miliardario.
La relazione annuale della Dia per il 2024, che fotografa l’azione di contrasto alle organizzazioni criminali, evidenzia numeri impressionanti: oltre 93 milioni di euro in beni sequestrati e quasi 160 milioni confiscati, per un totale che supera i 250 milioni. Un colpo durissimo ai patrimoni accumulati dalle cosche, ma che non basta a eradicare strutture ormai radicate in territori un tempo considerati immuni. Come dimostra il caso di Novi Ligure, in Piemonte, dove persistono cellule della ’ndrangheta nonostante le operazioni «Alba Chiara» e «Terra di Siena-Alchemia» abbiano smantellato parte della rete.
A Roma intanto, l’espansione delle mafie segue logiche territoriali ben precise. Se la camorra domina il centro storico, con piazza Navona e le zone monumentali come teatro dei suoi affari, la ’ndrangheta controlla quartieri periferici come Monte Sacro e il Tuscolano, mentre i clan albanesi hanno eletto Ponte Milvio a loro quartier generale. Un’infiltrazione capillare, alimentata dal narcotraffico e dall’economia sommersa, che dimostra come le mafie non siano più un fenomeno confinato al Sud, ma un sistema criminale in grado di adattarsi e prosperare anche al Nord e nelle grandi città.




