Il golfo dei fantasmi: ventimila marittimi prigionieri in attesa di una guerra lontana

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   C’è un filmato, amatoriale nella fattura ma agghiacciante nella sostanza, che mostra alcuni uomini incappucciati – quelli che le agenzie definiscono “Guardiani della Rivoluzione” o “Pasdaran” – arrampicarsi su una biscaglina penzolante lungo la murata della portacontainer MSC Francesca. Armati di mitra e con il volto coperto da passamontagna, prendono possesso del ponte di comando senza incontrare resistenza. Eppure, nonostante la drammaticità delle immagini, quel video non raccoglie neppure curiosità, schiacciato com’è sotto il peso di una consuetudine alla violenza; sembra il solito esercizio di intelligenza artificiale o, peggio ancora, il fotogramma rubato a una nuova serie di Netflix. Questa, in fondo, è la maledizione silenziosa dello Stretto di Hormuz: una guerra che non fa più notizia, ma che tiene prigioniere ventimila vite umane.

Secondo i dati forniti dall’Organizzazione marittima internazionale (IMO), circa ventimila marittimi sono bloccati nelle acque del Golfo Persico dall’inizio delle ostilità – un conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran – e la loro situazione, complice l’assoluta paralisi diplomatica, difficilmente si sbloccherà nel breve periodo. Le agenzie di stampa, in particolare citando Lloyd’s List, confermano che almeno 43 navi portacontainer appartenenti ai più grandi armatori mondiali sono ancora ferme, immobilizzate come tappi in una bottiglia il cui collo è stato chiuso da un blocco navale asfissiante.

Motori accesi e poi il contrordine: la vita “congelata” degli equipaggi a bordo

A bordo di quelle navi si consuma una routine fatta di comunicazioni contraddittorie, ordini che arrivano e vengono disattesi nel giro di poche ore, e silenzi assordanti che durano intere mattinate. Ci sono scafi, quelli delle grandi compagnie, che ricevono regolari dispacci dagli uffici di armatore; ma ce ne sono tantissimi altri – spesso definiti “abbandonati a se stessi” – dove l’unica bussola per orientarsi è la voce dei telecronisti dei canali satellitari. E così, mentre fuori dagli scafi il vento della guerra continua a soffiare, gli equipaggi passano i pomeriggi ad ascoltare notiziari nella speranza che arrivi la notizia tanto attesa della ripartenza. La storia di Mirko Gitto, marittimo italiano rientrato in Sicilia dopo un mese di stress su un rimorchiatore qatariota, è emblematica: racconta di uomini costretti a restare sotto coperta per ore, temendo i detriti dei droni intercettati che piovono dal cielo e che colpiscono soprattutto le navi più grandi, impossibilitate a trovare riparo nei porti.

La trappola logistica di Hormuz e il silenzio sugli sviluppi giudiziari

Sul piano investigativo, la situazione si intreccia pericolosamente con episodi di sabotaggio che si stanno moltiplicando ben oltre il raggio d’azione del conflitto. Le indagini sull’esplosione della petroliera Seajewel nel porto di Vado Ligure hanno depositato una perizia tecnica che attribuisce il disastro a due ordigni militari al tritolo, dotati di magneti e temporizzatori; un modus operandi che riconduce direttamente alle operazioni di interdizione contro la cosiddetta “flotta ombra”. Episodi come questo, e come il fermo della nave italiana Grande Torino ferma al largo di Abu Dhabi con un carico di migliaia di automobili nuove, dimostrano come il conflitto abbia rotto gli argini geografici dello Stretto, contaminando la sicurezza dei porti europei. Le compagnie di navigazione hanno sospeso i servizi nella regione, ma i lavoratori – quei ventimila prigionieri – restano l’unico bene non negoziabile lasciato in ostaggio sul campo di battaglia.

L’attesa infinita e l’ipotesi di un corridoio umanitario mai attivato

L’IMO sta lavorando a un quadro di evacuazione, ma il segretario generale Arsenio Dominguez è stato chiaro: “Per fare qualsiasi cosa, dobbiamo essere sicuri che il conflitto sia finito, che non ci siano mine e che nessuna nave rischi di essere attaccata”. Una dichiarazione che, di fatto, condanna i marittimi a restare al loro posto, in attesa di una soluzione politica che appare più lontana che mai. Nel frattempo, la proposta avanzata da Pierfrancesco Vago, presidente di MSC Crociere, di utilizzare le navi da crociera bloccate – come la MSC Euribia, ferma a Dubai – per trasformarle in una sorta di traghetto umanitario e mettere in salvo i colleghi dei cargo rimane solo un’ipotesi sulla carta. Lo Stretto di Hormuz è diventato una prigione liquida dove ventimila uomini vivono “congelati” nel tempo, in balia di una crisi che nessuno, ormai, sembra più voler raccontare fino in fondo.

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