Il tribunale di Ashkelon prolunga la detenzione dei due attivisti della Global Sumud Flotilla
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Redazione Interno
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Il tribunale di Ashkelon, accogliendo la richiesta formulata dalla polizia israeliana, ha disposto una proroga di sei giorni – dunque fino a domenica prossima – per la custodia cautelare di Thiago Ávila e Saif Abu Keshek, i due membri del comitato direttivo della Global Sumud Flotilla fermati lo scorso 29 aprile. Entrambi si trovavano a bordo di imbarcazioni battenti bandiera italiana, naviganti in acque internazionali al largo dell’isola di Creta, quando sono stati intercettati e bloccati dalla marina militare israeliana; un intervento, quest’ultimo, che ha immediatamente sollevato interrogativi sulla legittimità dell’azione in alto mare, dove la giurisdizione segue tradizionalmente regole diverse da quelle applicabili nelle acque territoriali. Dopo il trasferimento in un carcere israeliano – finalizzato agli interrogatori – i due attivisti hanno così visto prolungarsi la loro detenzione, già avviata nei giorni scorsi, senza che al momento siano state formalizzate accuse specifiche davanti a un giudice.
La richiesta della polizia e la decisione della corte
La polizia israeliana, secondo quanto riportato dal quotidiano Haaretz, ha chiesto e ottenuto questi sei giorni aggiuntivi – esattamente come era già accaduto per il primo fermo – per approfondire le indagini nei confronti di Ávila e Abukeshek. Oggi i due sono ricomparsi nuovamente davanti alla corte distrettuale di Ashkelon: un’udienza, quella odierna, che ha confermato la linea rigorosa già adottata dalle autorità locali, le quali considerano l’iniziativa della flottiglia come una provocazione organizzata. La proroga, va notato, è stata concessa nonostante i legali di Adalah – l’organizzazione palestinese che segue il caso – abbiano già avuto modo di incontrare i loro assistiti in carcere, raccogliendo le prime denunce relative alle condizioni della custodia.
Le denunce sugli abusi e il ruolo di Adalah
Proprio gli avvocati di Adalah, dopo la visita ai due detenuti, hanno parlato apertamente di veri e propri abusi a cui Ávila e Abu Keshek sarebbero stati sottoposti; nessun dettaglio esplicito è stato reso noto, ma le segnalazioni – filtrate attraverso i canali della difesa – hanno già acceso un dibattito sullo stato di salute psicofisica degli attivisti. Entrambi, va ricordato, non solo facevano parte della spedizione navale di quest’anno, ma svolgono anche ruoli di coordinamento all’interno del comitato direttivo della Global Sumud Flotilla, una rete che organizza da tempo iniziative di sfida al blocco navale imposto da Israele sulla striscia di Gaza. Il carcere in cui sono rinchiusi, la cui ubicazione esatta non è stata divulgata per ragioni di sicurezza, sarebbe lo stesso utilizzato per trattenere altri stranieri fermati in circostanze simili negli anni scorsi.
Le dichiarazioni di Ignazio La Russa e il contesto politico
Parallelamente agli sviluppi giudiziari, è intervenuto sul tema il presidente del Senato, Ignazio La Russa: nel corso della presentazione di un libro, questi ha commentato le iniziative della flottiglia – tanto quella dell’anno scorso quanto l’ultima – definendole operazioni a “scarso rischio” finalizzate principalmente a ottenere un “ritorno mediatico”. Una delegittimazione, la sua, che non ha mancato di sollevare reazioni nel campo degli attivisti, i quali replicano sottolineando la natura umanitaria e non violenta delle loro traversate. La Russa ha comunque evitato di entrare nel merito della detenzione in sé, limitandosi a osservazioni generali sul valore politico delle spedizioni, mentre il governo italiano, per quanto consta, non ha ancora formalizzato una richiesta ufficiale di assistenza consolare che vada oltre i contatti di routine. La prossima udienza, quella di domenica, potrebbe decidere se trasformare la custodia in un’altra forma di limitazione della libertà oppure, come temono i difensori, aprire la strada a un rinvio a giudizio.




