Flotilla per Gaza, il presidio alla Farnesina e la proroga della detenzione per i due attivisti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Catene ai polsi e ai piedi, il volto ancora segnato dai colpi ricevuti durante l’abbordaggio in acque internazionali: Thiago Avila e Saif Abukeshek, gli unici due attivisti della Global Sumud Flotilla non rilasciati dopo il blitz delle forze israeliane, hanno visto la loro detenzione prolungata di altri due giorni. Il tribunale di Ashkelon – dove i due sono comparsi con indosso la divisa marrone del carcere di Shikma – ha accolto solo parzialmente la richiesta delle autorità, che avevano chiesto quattro giorni aggiuntivi per interrogare i sospettati, accusati di “assistenza al nemico in tempo di guerra” e contatti con organizzazioni ritenute terroristiche. Nel frattempo, a Roma, un presidio organizzato dalla delegazione italiana della flottiglia davanti alla Farnesina ha chiesto un intervento deciso del governo, ricordando come i due fermati si trovassero a bordo di un’imbarcazione battente bandiera italiana, un dettaglio che, secondo i legali, configura una “violazione grave” della giurisdizione europea.

Il racconto della detenzione e le accuse di tortura

Le immagini diffuse dall’Afp mostrano una scena che ha fatto rapidamente il giro del mondo: Avila, cittadino brasiliano, e Abukeshek – quest’ultimo di origine palestinese ma con passaporto spagnolo e svedese – trascinati in aula con ferri ai piedi e le mani legate, un trattamento che gli avvocati dell’ong israeliana Adalah non hanno esitato a definire “inumano”. I due attivisti, membri di spicco del direttivo della missione umanitaria che intendeva forzare il blocco navale su Gaza, hanno iniziato uno sciopero della fame per protestare contro le violenze subite durante il trasferimento. Secondo quanto riferito dai legali, Avila avrebbe raccontato di essere stato trascinato a faccia in giù sul pavimento e picchiato al punto da perdere conoscenza per due volte, mentre Abukeshek sarebbe rimasto bendato e immobilizzato per ore sul ponte della nave. Le autorità israeliane, in una nota ufficiale, hanno respinto le accuse di tortura definendole “false e infondate”, ammettendo tuttavia di aver dovuto “usare la forza” per sedare una presunta protesta violenta da parte di alcuni passeggeri durante le operazioni di trasferimento alla guardia costiera greca.

Il nodo giuridico della bandiera italiana e la reazione diplomatica

La protesta davanti al ministero degli Esteri, alimentata dalla presenza di familiari e attivisti del centro sociale, ha messo al centro del dibattito una questione tecnica ma politicamente esplosiva: la giurisdizione marittima. La flottiglia, partita dalla Sicilia giorni prima, è stata intercettata a circa 20 miglia da Creta, in acque internazionali ma tecnicamente di competenza Sar greca. I legali della Global Sumud Italia hanno presentato un esposto alla procura di Roma e un ricorso d’urgenza alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), sostenendo che, essendo Avila e Abukeshek a bordo della “Eros 1” – un’imbarcazione che sventola bandiera tricolore – il loro trasferimento forzato in Israele equivale a un sequestro di persona avvenuto sotto la responsabilità dello Stato italiano. “È come se li avessero prelevati dal territorio italiano”, ha dichiarato la portavoce Maria Elena Delia durante il presidio, chiedendo che l’esecutivo si attivi per la loro immediata liberazione, resa ancora più urgente dalla legislazione israeliana recentemente inasprita che prevede pene severe per i palestinesi accusati di terrorismo.

La solidarietà internazionale e i feriti sbarcati a Creta

Mentre la vicenda giudiziaria si consuma ad Ashkelon, il resto dei 173 attivisti fermati – tra cui alcuni italiani – ha fatto ritorno in Grecia, sbarcando nel sud-est dell’isola di Creta dopo essere stato scortato dalla guardia costiera ellenica. I racconti raccolti tra i superstiti dipingono un quadro di ore di terrore: rinchiusi in container, nutriti a malapena e ripetutamente minacciati con armi puntate alla nuca, come testimoniano i quattro veneti rilasciati e appena arrivati in ospedale per farsi medicare le ferite. La Farnesina, da parte sua, non ha ancora annunciato iniziative formali nei confronti di Israele, sebbene Spagna e Brasile – paesi di origine dei due detenuti – abbiano già diramato una nota congiunta per condannare la “azione palesemente illegale” in acque internazionali. Nonostante l’assalto subito e le difficoltà logistiche, la flottiglia non si è data per vinta; un attivista in collegamento dal porto cretese ha assicurato che la missione ripartirà non appena le condizioni meteorologiche lo permetteranno, pronta a salpare con un numero di imbarcazioni superiore a quello iniziale, mentre nuove adesioni arrivano dalla Turchia e dal resto d’Europa.

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