Abruzzo e Molise tra le regioni più colpite dalla desertificazione bancaria, i dati della Cgil

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’Abruzzo, con un calo del 24,1% negli ultimi cinque anni, si conferma la terza regione più colpita dalla chiusura degli sportelli bancari, un fenomeno che, nonostante un lieve rallentamento nel 2024 (-2%, contro una media nazionale del -2,5%), continua a destare allarme. A tracciare il quadro è la Fisac Cgil Abruzzo Molise, che sottolinea come il territorio, pur avendo registrato un’inversione di tendenza rispetto al passato, rimanga tra quelli più penalizzati. Peggio dell’Abruzzo c’è solo il Molise, dove il tasso di chiusure nel 2024 ha raggiunto il -3,8%, aggravando una situazione già critica: negli ultimi cinque anni, la regione ha perso il 25% delle filiali, diventando così la più "desertificata" d’Italia.

Il trend nazionale, del resto, non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche. Secondo un’analisi dell’Ufficio Studi WeUnit.it, nel 2024 sono state chiuse 609 filiali, con un saldo netto negativo di 508 unità, nonostante alcune aperture. Un dato che conferma come il ridimensionamento della rete bancaria stia procedendo a ritmi sostenuti, seppure con differenze territoriali significative. La Sicilia, ad esempio, è un’altra delle regioni più colpite, al punto che la First Cisl ha proposto l’istituzione di un osservatorio regionale per monitorare il fenomeno. "Le banche continuano a rivedere la loro rete commerciale sopprimendo ulteriori sportelli", si legge in una nota del sindacato, che definisce il primo trimestre del 2025 come "il peggior inizio d’anno di sempre" per cittadini e imprese.

Le conseguenze di questa progressiva rarefazione degli sportelli sono evidenti, soprattutto nelle aree interne e nei piccoli comuni, dove più della metà dei municipi è ormai priva di filiali. Il rischio, denunciato più volte dalla Cgil, è quello di un’esclusione finanziaria che colpisce in particolare anziani, piccoli imprenditori e chi non ha dimestichezza con i servizi digitali. Senza contare l’impatto occupazionale: ogni chiusura, infatti, si traduce in posti di lavoro persi, aggravando una crisi del settore che va ben oltre la semplice riorganizzazione aziendale.

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