Tumore al seno, scoperto l’interruttore che ne frena la progressione e la silodosina che riposiziona le speranze
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Redazione Salute
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Non è la prima volta, né sarà certo l’ultima, che la ricerca italiana si fa strada nei meandri complessi della biologia cellulare; eppure, quello che emerge dai laboratori del Cnr-Ieomi di Napoli e, parallelamente, dagli studi dell’Università della Calabria, ha il sapore di una piccola rivoluzione silenziosa. Due fronti distinti – ma accumunati da un’urgenza terapeutica – hanno portato alla luce meccanismi finora rimasti oscuri nella progressione del carcinoma mammario: da un lato un “interruttore” molecolare capace di modulare l’aggressività delle cellule tumorali, dall’altro il possibile riutilizzo di un farmaco già noto, la silodosina, tradizionalmente impiegato per l’ipertrofia prostatica benigna, come nuovo alleato contro le neoplasie del seno.
Partiamo dalla scoperta di matrice napoletana, che ha il merito di aver decifrato un dialogo chimico fondamentale. Il team dell’Istituto degli endotipi in oncologia, metabolismo e immunologia (Cnr-Ieomi), in collaborazione con Dompé farmaceutici, ha puntato i riflettori su una proteina di nome Shp1. Normalmente associata a un’azione di contrasto al cancro, questa molecola – come riportato sulla rivista “Cell Death & Disease” – sarebbe in grado di bloccare la catena di segnali avviata dall’interleuchina 8 (IL-8), una proteina che, prodotta nell’ambiente circostante il tumore, ne favorisce l’invasività e la capacità di metastatizzare. Gli scienziati hanno osservato che Shp1 agisce come un vero e proprio interruttore: quando è attiva, frena la cascata infiammatoria; ma il meccanismo, spiegano i ricercatori, è bidirezionale. L’IL-8, infatti, può a sua volta disattivare Shp1 attraverso una modificazione chimica, innescando la distruzione del recettore e permettendo alla neoplasia di autoregolarsi.
L’autoregolazione della cellula e i sottotipi più aggressivi
A rendere ancora più interessante il quadro è la consapevolezza che questo meccanismo non solo esiste, ma è selettivamente attivo nei sottotipi di tumore al seno più difficili da trattare. Stiamo parlando dei tumori luminali e, in particolare, dei cosiddetti “triplo negativi”. Proprio in questi ultimi – dove le opzioni terapeutiche sono spesso limitate e la prognosi risulta più sfavorevole – i ricercatori hanno rilevato che bassi livelli di Shp1 si associano a una produzione elevata di interleuchina 8. Ne consegue un’ipotesi concreta, già avanzata dagli autori dello studio: questa via molecolare potrebbe diventare un marcatore per valutare la gravità della malattia, ma anche – ed è questa la parte più promettente – un bersaglio preciso per future terapie mirate. Se si riuscisse a “manipolare” questo interruttore, si potrebbe teoricamente ridurre l’aggressività anche delle forme più ostinate. Va notato, tra l’altro, che l’IL-8 gioca un ruolo rilevante anche in altri tumori solidi (polmone, pancreas, prostata), il che suggerisce un’applicabilità potenzialmente più ampia di questa scoperta.
Dalla Calabria un’ipotesi di riposizionamento farmacologico
Se il lavoro del Cnr svela i meccanismi profondi della malattia, dall’Università della Calabria arriva una notizia di segno opposto ma ugualmente strategico: la silodosina, un farmaco già in commercio per l’ipertrofia prostatica benigna, potrebbe possedere un’efficace attività antitumorale nei confronti del cancro al seno. Il team del Dipartimento di Farmacia e Scienze della Salute e della Nutrizione ha pubblicato i propri risultati su “Cell Death Discovery” (gruppo Nature), dimostrando – per la prima volta – che questa molecola è in grado di inibire la proliferazione e la crescita delle cellule tumorali mammarie. E lo fa con un’interessante peculiarità: la silodosina non agisce solo sul suo bersaglio classico, ma sembra in grado di legarsi anche ai recettori degli estrogeni, quelli che – come è noto – giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo di molti carcinomi.
Questo “doppio bersaglio” è ciò che rende la scoperta calabrese particolarmente intrigante nel panorama dell’oncologia attuale. I ricercatori hanno osservato che il farmaco riduce la proliferazione, blocca la migrazione cellulare e ostacola persino la formazione di quelle strutture tridimensionali che simulano il comportamento del tumore in vivo. E, particolare non secondario, l’efficacia è stata riscontrata anche nelle forme triplo negative.
Il valore aggiunto del riposizionamento e le tempistiche della sperimentazione
C’è un aspetto, in questo secondo filone di ricerca, che merita attenzione per le sue implicazioni pratiche. Stiamo parlando del cosiddetto “riposizionamento farmacologico”. Poiché la silodosina è già un farmaco approvato e utilizzato (il suo profilo di sicurezza è quindi già noto), i tempi e i costi per un eventuale arrivo in clinica per una nuova indicazione sarebbero drasticamente ridotti rispetto allo sviluppo di una molecola ex novo. Non si tratta, ovviamente, di una terapia pronta all’uso: i risultati, per quanto promettenti, si fermano alla fase preclinica. Saranno necessari studi in vivo e, solo in seguito, trial clinici per confermare l’efficacia e la sicurezza specifica nelle pazienti oncologiche. Tuttavia, in un contesto come quello dei tumori al seno resistenti alle terapie attuali, ogni scorciatoia ragionevole è una risorsa. La ricerca italiana, in questo caso, dimostra di saper camminare su due gambe: mentre a Napoli si scolpisce la statua del meccanismo biologico, a Cosenza si prova a vestire un vecchio abito con una nuova stoffa.




