L’Italia del baseball scrive la storia: battuti Stati Uniti e Messico, ora i quarti di finale
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Redazione Sport
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Il diamante di Houston ha assistito a una scena che pochi, al di fuori dello spogliatoio azzurro, avrebbero osato immaginare. La nazionale italiana di baseball, sotto la guida del manager Francisco Cervelli, ha firmato un’impresa destinata a entrare negli annali di questo sport, battendo prima la corazzata Stati Uniti e poi dominando il Messico, un successo quest’ultimo che è valso la matematica certezza del primo posto nel girone e la conseguente qualificazione ai quarti di finale del World Baseball Classic. Non è soltanto una questione di risultati, per quanto clamorosi essi siano, ma è il modo in cui questi ragazzi, molti dei quali italo-americani con un profondo legame con le proprie radici, stanno interpretando questa avventura.
Il 9-1 inflitto al Messico è stata la ciliegina sulla torta di un girone eliminatorio disputato a livelli stratosferici, ma è stata la sfida contro gli Stati Uniti, una selezione composta interamente da stelle della Major League, a regalare l’emozione più forte. Contro un lineup che in qualsiasi altro contesto farebbe tremare i polsi, l’Italia è partita a razzo, costruendo un vantaggio di otto a zero che sembrava una diga troppo solida per essere abbattuta. Poi, come spesso accade in questo sport crudele e meraviglioso, gli americani hanno iniziato a rosicchiare punto su punto, alimentando quella tensione che solo il baseball sa regalare. Con due out e il conto pieno sul lanciatore, il destino della partita è finito nelle mani di Aaron Judge, uno dei battitori più temibili del pianeta. Ed è lì, in quell’istante di sospensione assoluta, che la squadra azzurra ha trovato la forza per chiudere i conti e consegnare alla storia una vittoria che sa di leggenda.
Dietro a questi successi, c’è la mano e la testa di Francisco Cervelli, un uomo che il baseball lo ha vissuto sulla propria pelle per tredici stagioni nella MLB, vincendo anche le World Series nel 2009 con i New York Yankees. Nato in Venezuela da madre venezuelana e padre originario di Bitonto, in Puglia, Cervelli ha sempre portato con sé un’identità duale che oggi rappresenta la sua forza più grande. Lui, che da giocatore aveva già indossato la maglia azzurra in tre diverse edizioni del torneo, aveva annunciato alla vigilia che l’obiettivo era vincere, che la mentalità doveva essere quella di chi non vuole semplicemente partecipare. E le sue parole non sono cadute nel vuoto, anzi, sono diventate il mantra di un gruppo che sta riscrivendo il copione del baseball italiano, fatto spesso di rincorse e mai di ruoli da protagonista.
E poi ci sono quei piccoli gesti, quelle tradizioni importate e riadattate che raccontano lo spirito di questa squadra meglio di qualsiasi analisi tecnica. Il capitano Vinnie Pasquantino, uno dei volti più noti di questa nazionale, ha trasformato un momento di folklore in un vero e proprio rito: dopo ogni fuoricampo, aspetta nel dugout il compagno per offrirgli un caffè espresso e due baci sulla guancia, un’usanza che strizza l’occhio allo stereotipo ma che, in realtà, cementa un legame profondo e sincero con l’Italia. Un rituale nato quasi per scherzo e che ora accompagna ogni exploit di questi ragazzi, i quali, nonostante siano cresciuti a pane e baseball americano, dimostrano nei fatti un attaccamento viscerale alla maglia e a tutto ciò che essa rappresenta.




