Il tram deragliato a Milano, quella lunga scia di incidenti che parte dal 1984 e l’ipotesi del malore del conducente

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il deragliamento del tram della linea 9, avvenuto nel pomeriggio del 27 febbraio a Milano e costato la vita a due persone, Ferdinando Favia e Abdou Karim Touré, non rappresenta un evento isolato nella storia della mobilità su rotaia del paese, e certamente non lo è per il capoluogo lombardo. L’incidente, consumatosi all’incrocio tra viale Vittorio Veneto e via Lazzaretto, ha visto il mezzo, un Tramlink di ultima generazione, sbalzare fuori dai binari per poi andare a schiantarsi contro un albero e la parete di un palazzo, con una violenza tale da proiettare i due malcapitati all’esterno delle vetture, finendo entrambi schiacciati sotto il convoglio. Favia, milanese doc che avrebbe compiuto sessant’anni a novembre, e Touré, legati solo dal caso e dalla tragica fine, viaggiavano su quel tram come tante altre persone, in quella che doveva essere una normale giornata di routine nel cuore della città.

Se si osserva la cronologia degli incidenti, ci si accorge che i precedenti non mancano. Già nel lontano 1984 fu il Tram di Opicina, a Trieste, a uscire dai binari poco dopo la riapertura della linea seguita a lavori di ammodernamento, e nel 1996 il ghiaccio paralizzò Torino facendo deragliare due vetture, sebbene senza conseguenze per i passeggeri. Una dinamica che, per certi versi, ricorda quella di tanti altri episodi, come l’incidente di Roma del marzo 2001 nel quartiere del Casaletto, dove fu un improvviso malore del conducente a far perdere il controllo del mezzo. E proprio l’ipotesi del malore, adesso, è al centro delle verifiche della Procura di Milano per quanto accaduto in viale Vittorio Veneto.

L’uomo alla guida del tram, un tranviere rimasto miracolosamente illeso nello schianto se si escludono alcune contusioni che ne hanno richiesto il ricovero in codice verde, ha riferito a colleghi e investigatori di essersi sentito male. «Mi sono sentito male», la frase che avrebbe confidato dal letto del pronto soccorso, una dichiarazione che ha aperto scenari complessi. Una versione, la sua, che dovrà ora essere sottoposta al vaglio di periti e inquirenti, anche attraverso l’analisi della scatola nera e dei video delle telecamere di sorveglianza, compreso quello di una dashcam di un tassista che avrebbe ripreso l’impatto. Il fascicolo aperto dalla procura, per ora, ipotizza i reati di omicidio colposo e lesioni colpose.

I dubbi degli esperti sul meccanismo dell’“uomo morto” e la velocità del mezzo

Quanto emerso dalle prime ore dopo il disastro, tuttavia, ha sollevato più di un interrogativo tra i tecnici del settore, i quali si concentrano su un dettaglio non trascurabile: il sistema di sicurezza passiva noto come “uomo morto” o “uomo vigile”. Come spiegato da Dario Ballotta, presidente dell’Osservatorio Trasporti, in alcune trasmissioni televisive, questo dispositivo, presente sui tram moderni come il Tramlink deragliato, è progettato per arrestare automaticamente il convoglio qualora il conducente non fornisca un segnale periodico di vigilanza, magari perché accasciato a causa di un malore. Il fatto che il tram non si sia fermato, che abbia invece proseguito la sua corsa – alcuni testimoni parlano di una velocità giudicata elevata – fino a imboccare uno scambio non attivato, svoltando a sinistra e uscendo dai binari, rappresenta il nodo centrale dell’inchiesta.

La dinamica, insomma, presenta degli aspetti tecnici su cui gli investigatori sono chiamati a far luce. Se il conducente ha realmente avuto un malore, ci si chiede perché il meccanismo di emergenza non sia scattato, evitando la tragedia. Le ipotesi sul tavolo, come sempre in questi casi, spaziano da un malfunzionamento del sistema di sicurezza stesso a una diversa tipologia di evento che ha colpito il tranviere, magari impedendogli di azionare i comandi ma non tale da essere registrato come “assenza di vigilanza” dai sensori. La Polizia locale, delegata dalla Procura, sta ora lavorando per incrociare i dati della scatola nera con le immagini e le testimonianze, in un lavoro certosino volto a stabilire l’esatta sequenza degli avvenimenti che hanno portato alla morte di Favia e Touré, sbalzati fuori dal finestrino e finiti schiacciati sotto le ruote del mezzo che pochi istanti prima li trasportava.

Una scia di precedenti tra neve, ghiaccio e dissesti del pavè

Guardando alla storia, Milano e altre città italiane hanno già pagato un prezzo in termini di incidenti simili, anche se raramente con un bilancio così drammatico. Nel dicembre del 2006, per esempio, fu un’abbondante nevicata a causare il deragliamento di un tram in piazza Caneva, sempre a Milano, che dopo essere uscito dai binari finì contro un camion, provocando due feriti lievi. Poi, nel maggio del 2008, a Precotto, fu l’urto con un’auto autonoma a far sviare il mezzo, e sempre in quell’anno l’Azienda Trasporti Milanesi avviò un piano di sostituzione di oltre sessanta scambi di vecchia generazione, proprio per far fronte a polemiche e malfunzionamenti. Nel febbraio del 2014, invece, fu il pavè dissestato di via Tivoli a causare l’uscita dai binari, con un tram che urtò un’auto ferendone gli occupanti in modo lieve e provocando qualche contusione al conducente.

Più recentemente, nel luglio del 2023, un altro deragliamento in piazza Abbiategrasso a Milano causò quattro feriti, trasportati in ospedale ma senza conseguenze gravi. E ancora, episodi a Padova nel 2018 e nel 2019, con un bilancio di cinque feriti che portò la procura patavina ad aprire un fascicolo, e a Firenze nel 2022, dove però non si registrarono feriti. Una casistica varia, che annovera tra le cause il ghiaccio, i cedimenti del fondo stradale, la presenza di oggetti estranei sui binari, come un sasso che nel febbraio 2019 a Milano fece deragliare un tram della linea 19 senza conseguenze, o errori umani, come nel luglio 2018 in via Broletto, quando un conducente di un primo veicolo non si accertò della posizione dello scambio urtando un secondo tram.

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