La legge è sexy grazie all’avvocato e viveur “Ligas”: la recensione della serie Sky con Argentero
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un momento, nei primi minuti di Avvocato Ligas, in cui il protagonista interpretato da Luca Argentero si aggiusta il nodo della cravatta davanti allo specchio del bagno di casa sua, e in quello sguardo, fosse anche solo per un istante, si coglie non tanto la sicurezza del professionista di successo quanto piuttosto la fragilità di un uomo che quella maschera di sicurezza la indossa ogni mattina come un’armatura. È il primo legal drama targato Sky Original, una serie di sei episodi che debutterà con i primi due su Sky Atlantic, per proseguire con cadenza settimanale ogni venerdì fino al 3 aprile, e il cui interesse principale, va detto senza troppi giri di parole, risiede quasi esclusivamente nel suo protagonista. Tratta dal romanzo del compianto Gianluca Ferraris, Un caso complicato per l’avvocato Ligas. Perdenti edito da Corbaccio, la serie diretta da Fabio Paladini costruisce il suo impianto narrativo intorno alla figura di un penalista milanese, brillante e dannato, che dopo essere stato cacciato dallo studio in cui lavorava per aver avuto una relazione con la moglie del socio – un detail cruciale che ne dice lunga sulla sua incapacità di tenere separate le pulsioni private dalla ragione sociale – si trova costretto a ripartire da zero insieme a una giovane praticante, interpretata da Marina Occhionero, affrontando quelle che i piú definirebbero cause perse. Il caso dibattuto nei primi due episodi, quelli attualmente disponibili per la stampa e che costituiscono il biglietto da visita dell’intera operazione, vede Ligas difendere Jack Zero, all’anagrafe Giacomo Nava, una ex popstar autore della hit Crazy Life e oggi quasi dimenticato dal pubblico, costretto a esibirsi ai matrimoni pur di sopravvivere professionalmente e improvvisamente finito al centro di un caso giudiziario capace di rimettere in discussione tutta la sua vita, o quel che ne resta.
L’avvocato, l’uomo, lo showman
Se esiste una ragione per guardare Avvocato Ligas, questa ragione ha il volto e il carisma di Luca Argentero, che abbandona definitivamente i panni del bravo ragazzo per indossare quelli di un personaggio molto piú sfumato, ambiguo e, verrebbe da dire, interessante. Il Lorenzo Ligas che vediamo in azione è un uomo che vive di eccessi: donna, alcol – il gin tonic sembra essere la sua costante ematica – e una certa arroganza intellettuale che gli permette di muoversi nelle aule dei tribunali con la sicurezza di chi sa di essere il piú bravo, ma anche con la consapevolezza, sottotraccia, che quella stessa bravura potrebbe non bastargli a tenere insieme i cocci di una vita familiare andata in frantumi. L’attore torinese, che nella vita reale confessa di essere molto piú riservato e sottotraccia del personaggio che interpreta, riesce a trasmettere con efficacia questa dualità, passando dalla prosopopea milanese, quella che usa in aula o quando deve impressionare i clienti, a una dimensione piú intima e dimessa, quasi piemontese verrebbe da dire, nei momenti in cui si trova con la figlia o con l’ex moglie. E in questo gioco di specchi, la serie trova la sua dimensione piú felice, quella che trasforma quello che poteva essere l’ennesimo legal drama di maniera in un vero e proprio character study, uno studio di un personaggio che non cerca facili redenzioni né si abbandona a facili cinismi.
Una Milano liquida e contraddittoria
A fare da contrappunto alle vicende giudiziarie e sentimentali del protagonista è una Milano che, come accade nelle migliori serie che tentano di raccontare una città, diventa essa stessa un personaggio, e non certo secondario. Da un lato c’è la Milano da bere, quella dei locali eleganti, degli studi legali con le vetrate sul cielo grigio, delle notti brave e dei gin tonic sorseggiati al bancone di bar dal design minimalista; dall’altro, e la serie ha il merito di non dimenticarlo mai, c’è la Milano delle periferie, dei tribunali affollati e anonimi, della giustizia che si amministra tra carte bollate e udienze fiume. È in questo contrasto, in questa tensione mai risolta tra la superficie luccicante di una città che vuole apparire e la sostanza grigia di una metropoli che deve funzionare, che si muove l’avvocato Ligas, uomo di legge ma anche uomo di mondo, capace di districarsi tra cavilli giuridici e relazioni pericolose con la stessa disinvoltura, la stessa, incosciente, leggerezza. Le cause che affronta, a partire da quella di Jack Zero, diventano cosí l’occasione per parlare d’altro, per raccontare un’Italia che fatica a trovare una seconda occasione, che condanna i suoi ex eroi all’oblio, e che si interroga, magari senza trovare risposte definitive, sul senso della giustizia e della vendetta, della colpa e dell’espiazione.
La scrittura e il ritmo
Dietro la macchina da scrivere, o forse sarebbe meglio dire dietro la tastiera, c’è Federico Baccomo, lo stesso sceneggiatore di Call My Agent Italia, che insieme a un team di autori ha confezionato un prodotto che, pur rifacendosi ai canoni del legal drama americano, cerca di trovare una sua identità precisa, un suo ritmo. E il ritmo, bisogna dirlo, è uno degli elementi meglio riusciti della serie: le scene d’aula si alternano a quelle piú private, i colpi di scena processuali a quelli sentimentali, in un equilibrio che tiene alta l’attenzione dello spettatore senza mai scadere nella volgarità o nel gratuito. La regia di Fabio Paladini, alla sua prima esperienza con una serie tv, mostra una certa dimestichezza nel gestire i movimenti di macchina e nel creare quella tensione necessaria a sostenere il racconto, evitando i tecnicismi eccessivi che spesso appesantiscono i drammi giudiziari e puntando invece sulla resa emotiva delle situazioni. Certo, non si puó dire che Avvocato Ligas innovi il genere, che stravolga le regole del legal drama o che proponga soluzioni narrative particolarmente originali; ma forse non è questo ciò che gli si chiede. Quello che la serie fa, e lo fa con una certa efficacia, è intrattenere, raccontare una storia, farci appassionare alle vicende di un uomo imperfetto e contraddittorio, che sbaglia e talvolta paga per i suoi errori, ma che non smette mai di cercare una forma, sia pure precaria e incerta, di riscatto.
Un cast di supporto efficace
Se Luca Argentero è indubbiamente il perno intorno a cui ruota l’intera costruzione, va detto che il cast di contorno regge bene la scena, offrendo al protagonista spalle solide su cui appoggiarsi. Marina Occhionero, nei panni della praticante Marta Carati, interpreta con la giusta determinazione quel contraltare ideale ai modi spicci e talvolta spiazzanti di Ligas: è lei la coscienza critica, l’elemento di novità, la spinta ideale che il protagonista ha forse smarrito lungo la strada del successo. Barbara Chichiarelli, che molti ricorderanno per il ruolo di Margherita Sarfatti nella serie M. Il figlio del secolo, veste i panni del pubblico ministero Annamaria Pastori, rivale in aula ma forse qualcosa di piú nella complessa geografia affettiva del protagonista, in un gioco di tensioni e attrazioni che promette di svilupparsi nei prossimi episodi. E ancora Gaia Messerklinger, nei ruoli dell’ex moglie Patrizia, e Flavio Furno, in quelli del migliore amico Paolo, completano un quadro che, pur senza offrire guizzi particolari, funziona e sostiene la narrazione. Tra le presenze destinate a fare parlare di sé, impossibile non menzionare quella di Raz Degan, amico di vecchia data di Argentero nella vita reale, che interpreta il nuovo compagno della ex signora Ligas, in una scena che promette scintille e che conferma, semmai ce ne fosse bisogno, la tendenza della serie a giocare anche sul metalinguaggio, sulla sovrapposizione, sempre controllata, tra vita reale e finzione scenica.




