Tensione Usa-Cina sui dazi, Trump alza la posta: dal 9 aprile tariffe al 104%

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina entra in una nuova fase, segnata da un’ulteriore escalation che rischia di lasciare strascichi duraturi sull’economia globale. Come annunciato da Leavitt, portavoce economica dell’amministrazione Trump, da mezzanotte del 9 aprile sono entrate in vigore tariffe del 104% su una vasta gamma di prodotti cinesi, una mossa definita “risposta proporzionata” alle contromisure di Pechino. “Quando l’America viene colpita, Trump risponde con più forza”, ha dichiarato, sottolineando come la decisione sia diretta conseguenza dei controdazi imposti dalla Cina nelle scorse settimane.

Non si tratta, del resto, di una novità assoluta. Già lo scorso 2 aprile, il presidente americano aveva firmato un ordine esecutivo per inasprire le tariffe doganali, giustificandolo con la necessità di correggere quelli che la Casa Bianca considera “squilibri commerciali cronici”, frutto – a suo dire – di pratiche sleali da parte di Pechino. La Cina, da parte sua, aveva replicato con ritorsioni simmetriche: oltre a dazi speculari, ha introdotto restrizioni all’export di terre rare, materiali cruciali per l’industria tecnologica, e inserito diverse aziende statunitensi in liste nere commerciali.

Proprio mentre Washington innalzava le barriere, Pechino ha diffuso un “Libro bianco” in cui invoca apertamente il dialogo, pur senza smussare le critiche al protezionismo americano. Il documento, pubblicato dai media di Stato, ribadisce l’importanza di “relazioni economiche eque” e di una cooperazione che eviti danni alla stabilità globale. Un apparente controsenso, considerando le misure adottate, ma che riflette la duplice strategia cinese: da un lato la fermezza nelle ritorsioni, dall’altro la ricerca di un’immagine di moderazione presso i partner internazionali.

L’effetto domino è ormai evidente. Se inizialmente i dazi riguardavano settori circoscritti, oggi coinvolgono oltre 60 paesi, con la Cina nel ruolo di principale bersaglio. L’aumento dal 34% al 104%, però, segna un salto di qualità, destinato a pesare sia sulle imprese statunitensi, costrette a rincari della supply chain, sia sui consumatori. Quanto a Pechino, la risposta potrebbe non limitarsi al campo economico: alcuni analisti ipotizzano contromosse nel settore tecnologico o finanziario, sebbene il governo preferisca, per ora, mantenere un profilo ambiguo.

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