Calcagni lancia il Giro d’Italia: “Interessante anche senza Pogacar”
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Redazione Sport
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Non sarà il solito monologo, o almeno questo è ciò che si augurano gli addetti ai lavori alla vigilia della 109esima edizione della Corsa Rosa. Se Tadej Pogacar, fresco trionfatore al Tour de Romandie e dominatore incontrastato di questo avvio di stagione, ha scelto di non essere al via venerdì dalla Bulgaria, il vuoto lasciato dallo sloveno – secondo Patrick Calcagni – non svuoterà di significato la competizione. È vero, ammette l’ex ciclista ticinese, che nel ciclismo contemporaneo il concetto di "grande big" tende a coincidere quasi esclusivamente con l’asso della UAE, e che la Corsa Rosa fatica spesso ad attrarre più campioni contemporaneamente. Eppure, proprio questa assenza, paradossalmente, potrebbe restituire alla corsa quell’imprevedibilità che le cronache degli ultimi anni le avevano sottratto, trasformando ogni tappa in un'incognita più che in una passerella.
L’effetto Vingegaard e il peso della prima volta
Se il dominus della stagione non c’è, il palcoscenico è quindi tutto per il suo storico rivale. Jonas Vingegaard, che a 29 anni si presenta al cancelletto di partenza di Nessebar con un bottino che farebbe invidia a qualsiasi specialista – due Tour, una Vuelta e tre secondi posti nella Grande Boucle – cerca l’impresa che manca al suo antagonista: la cosiddetta tripla corona. Partecipare al Giro, per lui, non è solo una formalità per timbrare il cartellino; è l’occasione per entrare in un club esclusivo che annovera nomi come Merckx, Hinault e Contador, una legacy che il danese vuole cucirsi addosso prima dello sloveno. Occhi puntati quindi sulla cronometro di Viareggio-Massa, la decima tappa, dove la sua forza da cronoman potrebbe già scavare un solco decisivo nei confronti degli inseguitori, costretti a giocarsi il tutto per tutto sui sette arrivi in salita disseminati lungo i 3.459 chilometri di percorso.
Pellizzari, l’azzardo italiano e i segreti di Magrini
A raccogliere il guanto di sfida, o almeno a provarci, toccherà dunque a Giulio Pellizzari. Il marchigiano, reduce dalla vittoria al Tour of the Alps, rappresenta la scintilla verdeoro in un plotone che vede l’Italia sperare in un podio che manca ormai da troppo tempo. E proprio su di lui, Riccardo Magrini, commentatore tecnico di Eurosport e firma della seguitissima rubrica ‘La Fagianata’, ha speso parole che suonano come un’investitura ma anche come un avvertimento. "Per Vingegaard non sarà una passeggiata" avverte Magrini, sottolineando come il tracciato, con i suoi 7 arrivi in salita e l’insidiosa ascesa di Fermo, non sia un percorso adatto ai soli passisti puri quanto piuttosto un terreno favorevole a chi osa. Il suo auspicio è che Pellizzari azzardi, che lotti per vincere a costo di saltare, proprio come ha fatto in quella tappa di Bolzano al Tour of the Alps quando, con un vantaggio risicato, ha preferito staccare gli avversari piuttosto che accontentarsi. Attenzione, aggiunge però Magrini, alla cronometro: un test contro il tempo di oltre 40 km completamente pianeggianti che rappresenta un'incognita non da poco per il giovane talento nostrano, su cui gli specialisti come Vingegaard potrebbero rifilare distacchi pesanti.
Le trappole del percorso e i pesi massimi annunciati
Non sarà, dunque, una semplice processione verso Roma. La Derny si accenderà già nella seconda frazione bulgara con i suoi due Gran Premi della Montagna di terza categoria, per poi esplodere letteralmente nella settima tappa, la temuta Formia-Blockhaus: 246 chilometri e 4.600 metri di dislivello, un primo vero spartiacque per le ambizioni di classifica. Ma l’attenzione non può tradursi in idolatria verso il solo Vingegaard. Adam Yates, ereditato il testimone dal fratello Simon (campione uscente ma non più in gara), guiderà una UAE priva di Almeida e Carapaz ma ricca di risorse come Jay Vine. I bookmakers, infatti, indicano Pellizzari come secondo favorito a quota 6.00, staccando nettamente terzi come Felix Gall o Egan Bernal, ma il cantiere dei possibili protagonisti è variegato: ci sono Jai Hindley, che un Giro l’ha già vinto, Thymen Arensman in cerca della definitiva consacrazione, e Derek Gee, quarto nell’edizione precedente. Per quanto riguarda le volate, il faro è Jonathan Milan, mentre per la maglia azzurra la corsa sembra già scritta per Giulio Ciccone, il quale, libero dalle ansie di classifica, potrà dedicarsi alla caccia dei Gran Premi della Montagna, a partire dalla Cima Coppa sul Passo Giau.




