Il Leone di Trieste macina utili record e regala un buy back da 500 milioni, ma il petrolio preoccupa i mercati
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Redazione Economia
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La quarta seduta della settimana si apre all’insegna della cautela sui listini del Vecchio Continente, e Piazza Affari non fa eccezione, dovendo fare i conti con una nuova fiammata del prezzo del greggio. Le quotazioni dell’oro nero, che hanno superato la soglia psicologica dei 91 dollari al barile, riaccendono infatti i timori legati a una possibile estensione del conflitto in Medio Oriente, e gli operatori finanziari, di conseguenza, iniziano a scontare il rischio che un incremento persistente del costo dell’energia possa tradursi in una rinnovata spinta inflazionistica, complicando non poco il già delicato lavoro delle banche centrali. In questo clima di incertezza generalizzata, che getta ombre sulle traiettorie future dei tassi di interesse, spiccano per contro i numeri da capogiro diffusi da Generali, il cui bilancio relativo all’esercizio appena conclusosi ha superato le aspettative, dimostrando una salute di ferro.
Numeri da record per il gruppo assicurativo, tutti i settori trainano la crescita
Il colosso assicurativo triestino, guidato dall’amministratore delegato Philippe Donnet, ha chiuso il primo anno del piano strategico “Lifetime Partner 27: Driving Excellence” con risultati che definire positivi sarebbe persino riduttivo. Il risultato operativo, va sottolineato, ha toccato livelli mai visti prima, attestandosi a 8 miliardi di euro, una cifra che rappresenta un incremento del 9,7% rispetto all’anno precedente e che è stata trainata, in modo piuttosto uniforme, da tutti i segmenti di business. Ma non è tutto: l’utile netto normalizzato, ovvero quello che depura la gestione da alcune componenti straordinarie, ha fatto segnare un +14,5%, raggiungendo quota 4,3 miliardi, mentre l’utile netto contabile si è assestato a 4,172 miliardi, in rialzo del 12%. A sostenere questa performance, va detto, ci ha pensato anche una raccolta premi complessiva che è salita a 98,1 miliardi, con una progressione del 3,6% e con il comparto Danni a fare da traino grazie a un incremento del 7,6%, mentre il Vita, forte di una raccolta netta che ha toccato i 13,5 miliardi, ha beneficiato del traino di prodotti ibridi e unit-linked.
Dividendo in forte crescita e maxi-riacquisto di azioni proprie per premiare i soci
La straordinaria redditività messa in mostra dalla compagnia, come logico che sia, si traduce in una pioggia di benefici per gli azionisti. Il consiglio di amministrazione, forte di questi conti in salute, ha deciso di proporre alla prossima assemblea degli azionisti un dividendo in salita a 1,64 euro per azione, il che rappresenta un incremento del 14,7% rispetto alla cedola precedente e un rendimento che, ne converrete, non passa certo inosservato. Non solo: il Leone di Trieste, confermando la propria vocazione a remunerare il capitale, ha annunciato anche il lancio di un nuovo programma di buy back, un riacquisto di azioni proprie, del valore complessivo di 500 milioni di euro. Un impegno, quello verso una crescita costante della remunerazione, che il management ha ribadito con forza e che va a inserirsi in un contesto, va ricordato, in cui la solidità patrimoniale del gruppo appare fuori discussione, con il Solvency Ratio – indicatore chiave della solidità patrimoniale – che si è rafforzato al 219% dal 210% di fine 2024, complice anche un netto calo dell’impatto delle catastrofi naturali, sceso a 593 milioni dai 1,2 miliardi dell’anno prima.
La view del management e lo scenario macroeconomico, tra incertezze e tensioni geopolitiche
“I risultati record raggiunti”, ha commentato lo stesso Donnet, “concludono con successo il primo anno del nostro piano strategico e confermano la continua creazione di valore per tutti i nostri stakeholder”. Parole, le sue, che arrivano in un contesto globale ancora segnato da grande incertezza, come dimostra l’attenzione posta dal gruppo anche ai possibili scenari macroeconomici derivanti dalle tensioni internazionali. Nella nota di accompagnamento ai conti, infatti, gli analisti non hanno mancato di evidenziare come un’eventuale estensione del conflitto in Medio Oriente, magari con un attacco coordinato a impianti iraniani, potrebbe tradursi in un freno significativo all’economia globale, con stime che per l’area euro parlano di un possibile drag sul Pil compreso tra lo 0,2 e lo 0,3 per cento in uno scenario di escalation limitata. Un monito, questo, che spiega in parte la cautela dei mercati, i quali, pur premiando i solidi fondamentali di una realtà come Generali, non possono ignorare le nubi all’orizzonte rappresentate da un caro-petrolio che, qualora persistesse, finirebbe inevitabilmente per complicare i piani di chi, nelle banche centrali, è chiamato a domare l’inflazione senza strozzare la crescita.




