Il ministro Abodi chiude al ripescaggio dell’Italia: “Non me lo auguro”
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Redazione Sport
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Dopo l’ennesima eliminazione ai playoff, che ha sancito la terza mancata partecipazione consecutiva alla Coppa del Mondo, il paese sembra essersi aggrappato a un’ancora di salvezza tanto sottile quanto illusoria: quella di un eventuale ripescaggio degli azzurri in extremis. L’ipotesi, alimentata dal braccio di ferro geopolitico che vede l’Iran opporsi a disputare le proprie partite sul suolo statunitense, ha trovato però un fermo oppositore nel ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi. A margine della conferenza stampa di presentazione del progetto ‘Sport Missione Comune 2026’, il titolare del dicastero ha voluto mettere i puntini sulle ‘i’, spegnendo sul nascere qualsiasi entusiasmo legato a questa eventualità. “Se dovesse esserci qualche problema con la partecipazione dell’Iran”, ha dichiarato Abodi con tono misurato ma categorico, “mi sembra difficile che possa essere ripescata una nazionale europea; non credo e non me lo auguro neanche”. Una presa di posizione netta, che rifugge da ogni strumentalizzazione politica del calcio e che riporta l’attenzione sul piano squisitamente tecnico e disciplinare.
Il nodo regolamentare e la discrezionalità della Fifa
A rendere tecnicamente possibile – sebbene remotissima – la speranza del ripescaggio è l’articolo 6.7 del regolamento della Fifa, un passaggio normativo che molti tifosi e addetti ai lavori hanno imparato a memoria in queste settimane. La norma, nel disciplinare il caso di ritiro o esclusione di una federazione partecipante, stabilisce che il Council della Fifa deciderà “a propria esclusiva discrezione” circa la sostituzione della squadra assente. Nessun automatismo, quindi, nessuna classifica di merito prestabilita, bensì un potere discrezionale enorme in mano ai vertici del calcio mondiale. Per l’Italia, che occupa il dodicesimo posto nel ranking Fifa risultando la miglior non qualificata, la candidatura potrebbe avere un peso specifico, ma si scontra con la prassi non scritta della continentealità: è altamente probabile che Fifa opti per una rappresentante asiatica, come gli Emirati Arabi Uniti, qualora l’Iran dovesse effettivamente alzare bandiera bianca. Il ministro Abodi, consapevole di questi delicati equilibri, ha sottolineato come un ripescaggio europeo sarebbe una forzatura geografica di non semplice soluzione, preferendo concentrarsi su ciò che definisce “la morale della favola”: guadagnarsi sul campo la qualificazione.
La posizione dell’Iran e lo stallo geopolitico
A innescare il meccanismo di questa assurda speranza è stata la ferma presa di posizione del ministro dello Sport iraniano, Ahmad Donyamali, il quale ha ribadito all’agenzia turca Anadolu la linea dura di Teheran. La richiesta, che al momento rimane inalterata, è quella di spostare tutte le partite del girone in Messico, rifiutando categoricamente di giocare a Los Angeles e Seattle, sedi previste dal calendario originale. Il motivo ufficiale addotto riguarda le garanzie di sicurezza, un aspetto che la Fifa è tenuta a valutare con la massima serietà in un contesto internazionale reso incandescente dalle recenti tensioni diplomatiche. Sebbene il presidente della Fifa, Gianni Infantino, abbia più volte ribadito la volontà di vedere l’Iran presente alla competizione, l’ultimatum lanciato – seppur poi ritrattato – da Donald Trump nei confronti di Teheran ha reso il clima ancora più irrespirabile. Gli iraniani giocano d’anticipo, sperando che l’intransigenza statunitense sulle procedure di visto o sulla logistica permetta loro di ottenere lo spostamento in Messico; in caso contrario, lo scenario del ritiro – sebbene al momento considerato marginale – non è del tutto archiviabile.
L’orgoglio ferito e la necessità di ripartire
Mentre i riflettori restano accesi sul countdown che porterà alla scadenza del 12 maggio – data ultima per eventuali comunicazioni ufficiali alla Fifa – il mondo del calcio italiano si divide tra chi insegue l’utopia del ripescaggio e chi, come Abodi, predica la resipiscenza. La sconfitta subita per mano della Bosnia Erzegovina, un avversario sulla carta abbordabile, ha lasciato un segno profondo nel movimento, evidenziando crepe strutturali che un’ipotetica chiamata in extremis non potrebbe certo sanare. Le parole del ministro, quindi, assumono il valore di un monito severo: guardare oltre l’angolo, smettendo di cercare scampoli di gloria nelle crepe altrui. È una posizione impopolare, quella di chi rifiuta il placebo del ripescaggio per concentrarsi sulla terapia d’urto necessaria a rimettere in piedi un sistema in affanno, dove la terza assenza consecutiva ai Mondiali non è più un incidente di percorso, ma una triste abitudine. E mentre la Fifa valuta le mosse di Teheran, l’Italia è già chiamata a un’altra partita, quella della ricostruzione, che si gioca lontano dai riflettori del Canada, degli Stati Uniti e del Messico.




