Il maxi-rilascio di scorte non ferma il petrolio: brent oltre 100 dollari e lo spettro di Hormuz
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Redazione Economia
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Non è bastato l'annuncio del piú imponente rilascio di riserve petrolifere nella storia cinquantennale dell'Agenzia internazionale dell'energia (Aie) per raffreddare i mercati, che anzi, scommettono sulla tenuta della minaccia iraniana. L'operazione coordinata, che immetterà complessivamente 400 milioni di barili – di cui 172 milioni provenienti dalla riserva strategica statunitense – non ha invertito la rotta del greggio: il Brent, nella seduta di ieri, ha superato quota cento dollari al barile, toccando punte di 101,53 dollari, mentre il West Texas Intermediate è balzano oltre i 96 dollari. Un segnale chiaro, questo, che gli operatori considerano l'intervento dell'Aie, per quanto straordinario, una goccia nel mare di un deficit ben più strutturale. La percezione diffusa, infatti, è che la partita vera si giochi sul terreno, e precisamente nello Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia attraverso cui transita abitualmente un quinto del petrolio mondiale e dove la nuova Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, ha ordinato di mantenere la chiusura.
La strategia della tensione di Teheran e l’effetto sui prezzi
L’escalation verbale, d'altronde, non accenna a placarsi. Nel suo primo messaggio pubblico dalla nomina, diffuso dalla televisione di stato ma senza la sua presenza fisica per evidenti ragioni di sicurezza, Khamenei ha ribadito con fermezza che lo Stretto di Hormuz resterà bloccato e verrà utilizzato come una leva nella guerra in corso contro Stati Uniti e Israele. Una presa di posizione che il mercato ha interpretato come l’annuncio di una crisi destinata a protrarsi, vanificando di fatto gli sforzi dell'Agenzia. Il portavoce del comando militare Khatam al-Anbiya, Ebrahim Zolfaqari, ha rincarato la dose, invitando il mondo a prepararsi a quotazioni da duecento dollari al barile, poiché il prezzo del greggio, ha dichiarato, è ormai indissolubilmente legato alla sicurezza regionale che gli attacchi occidentali hanno destabilizzato. Parole che, al di là della loro carica iperbolica, trovano un riscontro concreto nei numeri: l'Aie stessa, nel suo ultimo report mensile, ha stimato un crollo della produzione dei paesi del Golfo di circa dieci milioni di barili al giorno, con i flussi attraverso lo stretto ridotti a un semplice rivolo rispetto ai venti milioni giornalieri pre-crisi. Una voragine che il rilascio coordinato delle scorte, diluito nell’arco di tre mesi, non può colmare, come del resto sottolineano gli analisti, i quali ricordano che la differenza sostanziale sta tra l’offerta teorica di riserve accumulate e la disponibilità effettiva e immediata di petrolio necessaria a sostituire i flussi quotidiani interrotti.
L’Italia tra adesione al piano Aie e nuovi fronti di crisi
In questo quadro di turbolenza energetica, l’Italia ha messo sul piatto la sua quota parte. Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha ufficializzato l’adesione al programma coordinato dall’Aie, liberando quasi dieci milioni di barili dalle proprie scorte di sicurezza – per la precisione 9 milioni e 966 mila barili, corrispondenti a circa il 2,5% del totale messo a disposizione dai paesi membri e al 13,5% delle riserve nazionali. Un intervento, questo, che porta la firma dell’Organismo centrale di stoccaggio italiano (OCSIT) e delle industrie petrolifere, e che garantisce, nelle assicurazioni del Ministero, il mantenimento di livelli di approvvigionamento adeguati e conformi agli obblighi europei. Ma mentre il governo cerca di tamponare l’emergenza prezzi e garantire la sicurezza energetica, un’altra minaccia, di natura completamente diversa, si avvicina alle coste italiane. Una metaniera russa, la Arctic Metagaz, lunga 277 metri e carica di circa 60mila tonnellate di gas liquefatto oltre a 900 tonnellate di gasolio, è stata segnalata alla deriva nel canale di Sicilia, in acque internazionali a poche miglia da Linosa e Lampedusa. La nave, che farebbe parte della cosiddetta flotta ombra russa ed è finita sotto le sanzioni, sarebbe stata danneggiata da un'esplosione la settimana scorsa – forse un attacco, forse un incidente – e da allora vaga senza equipaggio, trasformandosi in un pericoloso relitto fuori controllo.
Il rischio ambientale nel Mediterraneo e l’allarme delle imprese
Le autorità marittime, con la Marina militare e la Guardia Costiera in costante monitoraggio, seguono con apprensione la traiettoria della Arctic Metagaz, una nave che non risponde piú ai comandi e che rappresenta una vera e propria bomba ecologica pronta a esplodere. Una sua eventuale fuoriuscita di carico, come spiegano gli esperti, potrebbe generare un disastro dalle proporzioni inimmaginabili, con nubi criogeniche capaci di asfissiare la vita marina, incendi incontrollabili e un inquinamento gravissimo delle acque e dell'atmosfera. Una vicenda, questa, che si innesta su un contesto già di per sé esplosivo per il sistema delle imprese. Il blocco di Hormuz, infatti, sta paralizzando il traffico marittimo globale: si contano circa un migliaio di navi ferme nell'area, per la metà petroliere e gasiere, con un carico di merci dal valore stimato in 25 miliardi di dollari. Il colosso MSC ha già sospeso alcune spedizioni, e l’export italiano, che verso i paesi del Golfo vale oltre venti miliardi di euro, inizia a fare i conti con ritardi, rincari dei noli – in alcuni casi aumentati del mille per cento – e merci bloccate nei porti, dai macchinari ai prodotti alimentari deperibili come ortofrutta e latticini. Un quadro di incertezza totale, in cui la questione energetica si intreccia pericolosamente con quella della sicurezza nazionale e della tenuta del tessuto produttivo.




