Edoardo Motta, il principe degli scartati ora eroe, e quell’Italia che fugge via
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Redazione Sport
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La notte di Bergamo, quella che per molti diventa solo una trasferta di Coppa, per Edoardo Motta si è trasformata in una sorta di improvviso e rovente battesimo di fuoco. Il classe 2005, un ragazzo che fino a quattro mesi fa giocava in Serie B nella Reggiana, si è ritrovato al centro di una sequenza da thriller psicologico: cinque calci di rigore battuti dall’Atalanta, quattro di questi finiti nell’etere o tra le sue braccia. La Lazio vola in finale contro l’Inter, ma chi osserva con attenzione sa che il vero risultato – quello che non verrà scritto nelle cronache sportive di domani – è la fotografia di un Paese che non sa valorizzare i propri talenti, lasciandoli marcire in attesa di un’occasione o spedendoli dritti nel dimenticatoio delle serie minori.
La parabola inversa di un principe senza corona
Motta nasce a Biella e, come molti bambini italiani, viene adocchiato presto dalla Juventus. Sembra la classica storia a lieto fine: entri nel vivaio della squadra che ami, sogni lo stadio gremito e la maglia pesante. Poi arriva il momento della verità, quello dei diciotto anni. La Juve, in una di quelle decisioni che ricordano il funzionamento spietato di un mercato del lavoro senza rete, decide di disfarsene: prima l’Alessandria, poi il Monza, infine la Reggiana. È il cosiddetto principe degli scartati: un giovane a cui viene chiesto di essere perfetto, ma al quale nessuno concede il tempo per diventarlo. La trafila dei prestiti è la galleria degli specchi di un’Italia che offre impieghi di serie B, funzioni depotenziate rispetto alle competenze reali.
Quando la Lazio lo acquista a gennaio per una cifra definita “una miseria” nel mondo dei grandi预算 – circa un milione e duecentomila euro, di cui metà finisce automaticamente nelle casse dei bianconeri per una clausola sulla rivendita –, il suo compito è chiaro: fare il vice di Provedel. Sta al sostituto, allo scartato che deve imparare ad accontentarsi. Eppure, basterà la lesione del titolare per ribaltare ogni gerarchia. Motta entra in campo il 9 marzo contro il Sassuolo e, da allora, la sua parabola si inverte.
Numeri e lacrime: quando l’ascensore sociale si blocca
La prestazione contro l’Atalanta, sotto l’aspetto tecnico, presenta dei numeri impietosi per gli avversari: parati i rigori di Scamacca, Zappacosta, Pasalic e De Ketelaere. Maurizio Sarri, l’allenatore, lo definirà un “ragazzo con statistiche impressionanti”. Ma il dato più significativo non è la parata; è l’istante successivo, quando le telecamere inquadrano il volto del ragazzo. Motta scoppia in lacrime in un misto di incredulità e liberazione: "Scusatemi, sono molto emozionato, non mi era mai successo". Quelle lacrime raccontano la precarietà di un sistema dove il giovane – anche quando ce la fa – ha la sensazione di aver barato o di aver avuto una botta di fortuna insperata.
La sua vicenda, seppur verniciata nel successo e nella popolarità improvvisa, aiuta a ricordare la fuga silenziosa di chi non ce l’ha fatta. Di quelli che, non avendo la gloria di una semifinale televisiva, prendono un volo per l’Olanda o per la Germania, decidendo di portare altrove competenze che qui venivano retribuite con tirocini sottopagati o etichettate come “eccedenze”. L’ascensore sociale in Italia è fermo, come una partita bloccata a metà campo, e si tende a offrire ai giovani solo le briciole: contratti depotenziati, tutele ridotte, e un’idea di lavoro che assomiglia più a un favore che a un diritto.
Il peso della gerontocrazia e la fuga dei cervelli
La storia di Motta, insomma, non parla solo di pallone. In fondo lui è un prodotto di quella fabbrica di talenti dove la selezione è darwiniana: se sbagli, vieni risucchiato nelle serie inferiori, e difficilmente ne esci. Il meccanismo si ripete uguale in ufficio, in fabbrica o nei centri di ricerca. Si pretende la massima preparazione – una laurea non basta più, ci vuole il master e spesso anche il dottorato – ma le opportunità sono un miraggio. L’élite reale spesso appare come una cupola gerontocratica, un distretto di adulti assai attempati che sfilano attraverso il pingue ingaggio di rendite di posizione, mentre i ragazzi provano a ritagliarsi un angolo di Serie B per sopravvivere.
Edoardo Motta ce l’ha fatta, almeno per ora. Ma nelle pieghe di questo racconto sportivo c’è la consapevolezza amara che per ogni Motta che para un rigore decisivo, ci sono centinaia di professionisti – ingegneri, operai specializzati, ricercatori – costretti a valigie in mano verso lidi più meritocratici perché qui, in Italia, la speranza di essere profeti in patria è diventata un lusso che ci si può permettere solo in casi eccezionali.




