Edoardo Pesce, quell’equilibrio fragile tra il “cattivo” e l’uomo che si sottrae
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è qualcosa, nel percorso di Edoardo Pesce, che somiglia a un continuo movimento di avvicinamento e sottrazione. Ogni personaggio, da quelli che gli hanno cucito addosso la maschera del cattivo psicopatico a quelli più recenti, diventa per lui un modo per esporsi senza mai svelarsi del tutto; come se quella “corazza performativa”, per usare le sue stesse parole, fosse al contempo uno strumento di difesa e una gabbia da cui, ormai da qualche anno, cerca di uscire con cautela. Lo vediamo nella sua ultima fatica cinematografica, “Eva”, thriller della regista Emanuela Rossi girato tra le vie e i casali di Orvieto nell’estate del 2024, dove Pesce interpreta Giacomo, padre del piccolo Nicola, un uomo che accoglie nel proprio casale la protagonista interpretata dalla brasiliana Carol Duarte — già vista ne “La chimera” di Alice Rohrwacher — in un gioco di fiducia e tensione che sembra specchiare la sua stessa ricerca artistica.
Il rischio come bussola, lontano dai colossi dello streaming
“Preferisco rischiare, è così che si cresce”, dice l’attore a proposito di una scelta, quella di girare un film indipendente prodotto dalla Courier Film di Claudio Corbucci (con il patrocinio del Comune di Orvieto e un contributo del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione 2021-2027 – Umbria Film Fund 2022), che lo allontana volutamente dai binari sicuri dei grandi colossi digitali. Arrivato nelle sale italiane martedì 21 aprile, “Eva” rappresenta per lui un territorio intermedio: non più solo il malavitoso romano di “Romanzo Criminale” o il sanguinario Giovanni Brusca ne “Il Cacciatore”, ma un padre alle prese con una sofferenza enorme che, come sottolinea lo stesso Pesce, sta dietro ogni azione, anche la più estrema. Una frase, questa, che pesa come un macigno se la si accosta alla sua interpretazione in “Dogman” di Matteo Garrone, quella che nel 2019 gli valse il David di Donatello come miglior attore non protagonista: lì era un ex pugile tossico e violento, una creatura di dolore e rabbia pura.
“Non sono un cattivo, mi sento Jessica Rabbit”
Eppure, a guardarlo bene, l’attore rigetta l’etichetta che gli è stata appiccicata addosso per anni. Confessa di sentirsi, piuttosto, come Jessica Rabbit: una figura che tutti giudicano dalla superficie, senza vedere la complessità del personaggio. In questa dichiarazione, che sa più di bilancio personale che di promozione, emerge il nodo centrale della sua poetica attuale: smontare pezzo per pezzo quella maschera di durezza per trovare, scrive lui, “un equilibrio più autentico”. Non si tratta di abbandonare i ruoli cupi o la cronaca nera che ha spesso attraversato (dalle inchieste sulla mafia ai personaggi borderline), ma di abitarli diversamente. La regista Emanuela Rossi, nel costruire il thriller attorno a Eva e al piccolo Nicola, sembra avergli offerto proprio questo: un personaggio che non è né eroe né villain, ma un uomo sospeso.
Un’Umbria asciutta per un cinema di sottrazione
Le riprese, concentrate tra agosto e settembre 2024, hanno restituito un Orvieto spoglio e silenzioso, lontano dagli stereotipi cartolineschi; una scelta produttiva che si sposa con l’idea di un cinema che rinuncia agli orpelli per scavare nelle crepe psicologiche dei protagonisti. Pesce non comanda il set, non impone la sua presenza fisica che pure è sempre stata la sua firma. Al contrario, si lascia attraversare. E forse è questo il vero scarto rispetto ai poliziotteschi o ai noir che lo hanno reso celebre: qui l’attore si concede delle zone d’ombra, dei silenzi, dei gesti incompiuti. La sofferenza di cui parla non viene urlata, ma respirata tra le pietre del casale e lo sguardo straniato della Duarte. E in questo apparente smorzamento di toni, nella rinuncia alla furia che aveva characterizzato i suoi criminali precedenti, si gioca la partita più rischiosa della sua carriera.




