La guerra in Medio Oriente cancella i voli e blocca il turismo nel Golfo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, i Paesi del Golfo avevano già immaginato un'orizzonte di affari e di accordi commerciali, tanto che Qatar Airways, quasi a voler suggellare questo rinnovato legame con la superpotenza americana, aveva persino proposto di regalargli uno dei suoi superjumbo, un Boeing 747 destinato alla flotta presidenziale degli Air Force One. Quell'ottimismo, però, è stato spazzato via dalla recente escalation militare in Medio Oriente, un'operazione congiunta di Stati Uniti e Israele contro l'Iran che ha innescato una reazione a catena con missili e droni, gettando nel caos l'intero sistema del traffico aereo internazionale. Le conseguenze, per il settore dell'aviazione civile e per il turismo, sia leisure che business, si stanno rivelando pesantissime e destinate a protrarsi.

Lo scenario che si è delineato dopo gli attacchi ha costretto le autorità aeronautiche di diversi Paesi a chiudere gli spazi aerei e gli aeroporti, con Dubai, il cui scalo internazionale rappresenta il principale hub mondiale per i voli di lungo raggio, che ha dovuto cancellare completamente le sue operazioni per poi riprenderle in modo molto lento e graduale. Le immagini dei danni riportati da una delle sue terminal, sebbene limitati, hanno fatto il giro del mondo, evidenziando la vulnerabilità di infrastrutture considerate strategiche. La risposta delle compagnie aeree non si è fatta attendere: vettori come Emirates, Qatar Airways ed Etihad hanno registrato un crollo immediato dei voli, con una riduzione che in alcuni giorni ha superato il quaranta per cento della loro capacità totale, lasciando di fatto migliaia di passeggeri bloccati e impossibilitati a rientrare a casa o a proseguire i propri viaggi.

Le rotte intercontinentali nel mirino della crisi

Le ripercussioni della guerra in Medio Oriente sul traffico dei voli internazionali rischiano di protrarsi più a lungo del previsto. Molte rotte dirette nelle zone calde continuano a essere sospese: ultima, in ordine di tempo, è ad esempio la scelta di British Airways di prorogare fino al 31 maggio lo stop dei viaggi verso Amman, Dubai, Tel Aviv e il Bahrein, mentre quelli verso Doha per ora sono bloccati fino al 30 aprile. La situazione è in continua evoluzione e non riguarda soltanto le compagnie del Golfo, ma coinvolge in pieno anche i vettori europei, costretti a rivedere i propri piani operativi. Ita Airways, per citare un caso italiano, ha più volte rivisto le proprie sospensioni: dopo un primo stop, ha esteso il blocco dei voli per Tel Aviv fino al 9 aprile e per Dubai fino al 28 marzo, una decisione presa non solo per l'insicurezza degli spazi aerei di Israele, Libano, Giordania, Iraq e Iran, che la compagnia ha dichiarato di non utilizzare, ma anche per motivazioni legate alla ridotta capacità operativa degli stessi aeroporti emiratini.

I collegamenti con l'area, che rappresentano un flusso vitale per milioni di passeggeri in transito tra Occidente e Asia, sono stati deviati su rotte alternative molto più lunghe e costose, quando non del tutto cancellati. Il tracker Flightradar24 ha mostrato in tempo reale come numerosi voli, dopo il raid congiunto, abbiano iniziato a sorvolare la penisola arabica seguendo traiettorie meridionali, evitando il Golfo Persico e allungando i tempi di percorrenza in modo significativo. Questa riorganizzazione forzata del traffico ha inevitabilmente un impatto sui costi per le compagnie e sulla durata dei viaggi per i passeggeri, rendendo di fatto inaccessibili molte destinazioni o trasformando gli scali del Golfo da hub moderni e efficienti in trappole per viaggiatori.

I numeri di un collasso annunciato

L'entità del disastro per il settore aereo è paragonabile, per certi versi, ai periodi più bui della pandemia di Covid-19, quando gli aerei rimasero fermi per mesi. La differenza, però, risiede nella natura geopolitica di questa crisi: non si tratta di un virus, ma di un conflitto armato che può acuirsi in qualsiasi momento, rendendo ogni valutazione sul futuro immediato estremamente complessa. Lo scalo di Dubai, che in condizioni normali gestisce circa un migliaio di voli al giorno, si è trovato a cancellarne centinaia in un solo giorno, con picchi di oltre quattrocento partenze e altrettanti arrivi annullati in ventiquattr'ore. Numeri che raccontano di un collasso logistico senza precedenti, con aerei che hanno dovuto rientrare alla base dopo il decollo e compagnie in difficoltà nel riposizionare i propri mezzi.

Per i viaggiatori, la situazione si è tradotta in un incubo fatto di attese estenuanti e costi folli. Chi è riuscito a trovare un volo alternativo, magari partendo da Riad, ha dovuto mettere mano al portafoglio in modo pesante: biglietti che solitamente costano poche centinaia di euro hanno visto lievitare i prezzi fino a raggiungere cifre vicine ai seimila euro, una speculazione dettata dalla legge della domanda e dell'offerta in un mercato dove l'offerta, però, è stata azzerata dalla guerra. In questo contesto, diversi governi europei, dalla Francia alla Germania, hanno dovuto organizzare voli umanitari e charter per evacuare i propri cittadini rimasti bloccati, un'operazione complessa che riguarda centinaia di migliaia di persone, tra residenti e turisti, dimostrando come il conflitto abbia assunto una dimensione umanitaria di vasta portata.

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