Camorra, cellulari e droga dal carcere: blitz della Dda di Napoli, nove arresti in sei province
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Redazione Interno
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Dalle prime luci dell'alba di martedì 20 ottobre 2026, i carabinieri del Nucleo Operativo di Napoli Bagnoli, affiancati dal personale del Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria, stanno eseguendo una misura cautelare disposta dal Gip del Tribunale di Napoli su richiesta della Direzione distrettuale antimafia partenopea.
I destinatari del provvedimento sono nove persone, gravemente indiziate a vario titolo di accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti, traffico di stupefacenti, estorsione, lesioni, violenza privata e violenza per costringere a commettere un reato.
Le province coinvolte e l'asse con l'Abruzzo
Gli indagati risultano domiciliati o ristretti in un arco geografico che supera i confini campani e investe il Centro e il Nord Italia. Le province interessate sono quelle di Napoli, Siracusa, Catania, L'Aquila, Cosenza e Rovigo. La presenza de L'Aquila e di Cosenza conferma come l'asse investigativo non si limiti ai territori di tradizionale radicamento dei sodalizi napoletani, ma segua le tracce di una rete di contatti che dalla cella di un penitenziario abruzzese o calabrese riesce a raggiungere i luoghi di operatività esterna del gruppo criminale di riferimento.
L'accusa contestata e il quadro normativo
Il reato di accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti è stato introdotto nel codice penale dall'articolo 391-ter, inserito dalla legislazione di sicurezza del 2020 per colmare un vuoto sanzionatorio che in precedenza relegava l'uso del telefono in cella a semplice illecito disciplinare.
La norma punisce con la reclusione da uno a quattro anni chi procura a un detenuto un apparecchio telefonico o altro strumento di comunicazione, o ne consente l'uso indebito, prevedendo un inasprimento della pena quando il fatto sia commesso da pubblici ufficiali o da soggetti che esercitano la professione forense.
La contestazione mossa dalla Dda napoletana non si ferma però alla mera detenzione del dispositivo: secondo l'ipotesi investigativa, i telefonini sarebbero stati lo strumento attraverso cui i detenuti hanno continuato a impartire direttive e a gestire affari illeciti, dal traffico di stupefacenti alle estorsioni.
I clan coinvolti e le aggravanti
Le condotte contestate sono aggravate dal metodo e dalla finalità di agevolare, a vario titolo, le attività di sette organizzazioni camorristiche. I nomi dei sodalizi indicati nel provvedimento sono quelli dei clan Mazzarella, D'Amico, Troncone, Ferrara-Cacciapuoti, Gionta, Avventurato e De Luca Bossa Minichini. Si tratta di gruppi con una consolidata presenza sul territorio napoletano e in alcune aree della provincia, alcuni dei quali già al centro di precedenti inchieste della Procura distrettuale.
L'aggravante camorristica, se confermata nel prosieguo del procedimento, incide in modo significativo sul trattamento sanzionatorio e sulle valutazioni relative alla pericolosità sociale degli indagati.
Il fenomeno dei telefoni in cella e i precedenti
L'operazione odierna si inserisce in un filone investigativo che negli ultimi anni ha portato alla luce molteplici canali di approvvigionamento di dispositivi elettronici all'interno degli istituti penitenziari. Le indagini coordinate dalla Dda di Napoli hanno documentato l'uso di droni modificati, capaci di superare le barriere fisiche e le no-fly zone, per far giungere telefoni e stupefacenti nei penitenziari di Poggioreale e Secondigliano.
I velivoli, pilotati da soggetti specializzati e remunerati con compensi che in un'intercettazione sarebbero stati indicati fino a diecimila euro al giorno, trasportavano carichi appesi a fili di nylon trasparente per ridurre la visibilità. Il dato che emerge dalle cronache giudiziarie è che l'utilizzo del telefono cellulare in carcere non costituisce un episodio isolato, ma un sistema strutturato attraverso il quale i vertici delle organizzazioni criminali mantengono il controllo sulle attività esterne.
Il regime del 41-bis e il contrasto alle comunicazioni illecite
Il quadro normativo di riferimento per il contrasto a queste condotte include anche il regime differenziato di cui all'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario, che consente al Ministro della giustizia di sospendere in tutto o in parte l'applicazione delle regole ordinarie di trattamento nei confronti di detenuti per reati di particolare gravità, al fine di impedire i contatti con l'esterno.
Le restrizioni previste dal cosiddetto carcere duro comprendono l'isolamento dalla popolazione carceraria, la limitazione dei colloqui con i familiari attraverso vetri divisori e il controllo della corrispondenza. Tuttavia, la misura ministeriale non copre automaticamente tutti i detenuti coinvolti in inchieste come quella odierna, e la gestione illecita delle comunicazioni dall'interno degli istituti resta una delle principali vulnerabilità segnalate dalle indagini.
La conferenza stampa convocata per le ore 10 presso la Procura della Repubblica di Napoli fornirà ulteriori dettagli sull'esecuzione delle misure e sul materiale probatorio raccolto.
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