Domenico Caliendo, oggi l'autopsia. Cambia il perito del Tribunale: «Così garantiamo serenità»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Questa mattina dinanzi al gip del Tribunale di Napoli Mariano Sorrentino, si procederà a formalizzare l’incarico di perizia agli esperti nominati per fare chiarezza sulla morte del piccolo di due anni e quattro mesi. C’è un primo round a favore della difesa, rappresentata dal penalista Francesco Petruzzi, che assiste i coniugi Antonio e Patrizia Caliendo: l’istanza di ricusazione avanzata dal difensore nei confronti di uno dei tre periti originariamente nominati è stata accolta, ed è stato così nominato il professore Ugolino Livi di Udine, in sostituzione del collega Mauro Rinaldi. La decisione del giudice, maturata a seguito delle eccezioni sollevate dalla famiglia, mira a garantire la serenità e l’imparzialità del collegio tecnico in un passaggio cruciale dell'inchiesta; l'autopsia, che si svolgerà all'obitorio del Secondo Policlinico, rappresenta un atto irripetibile e fondamentale per stabilire la dinamica esatta dei fatti, a partire da uno dei nodi centrali dell'indagine, ovvero l'esatto lasso temporale in cui il bambino è rimasto senza attività cardiaca.

Il nodo dei tempi chirurgici e la ricostruzione degli attimi in sala

Dalle chat degli infermieri e dalle prime testimonianze raccolte, emerge un quadro in cui Domenico sarebbe rimasto per circa quarantacinque minuti senza cuore, dopo che il clampaggio dell'aorta e la conseguente cardiectomia — la rimozione del suo organo malato — sarebbero stati eseguiti. L'atto chirurgico, secondo questa ricostruzione, sarebbe avvenuto prima che l'équipe potesse verificare compiutamente lo stato del cuore proveniente da Bolzano, il quale, a causa di un errato utilizzo di ghiaccio secco nel contenitore termico, si presentava congelato e danneggiato in modo irreparabile. I tentativi di scongelarlo, effettuati prima sotto acqua fredda e poi tiepida, si protrassero per almeno tre ore, ma l'organo non riprese mai le sue funzioni, tanto che in una conversazione tra i sanitari si legge: «Se riparte è un miracolo». La perizia dovrà chiarire se, al momento della rimozione del cuore di Domenico, esistessero ancora i presupposti per una diversa strategia terapeutica che potesse tenerlo in vita in attesa di un secondo organo compatibile.

La posizione del cardiochirurgo Oppido e il giallo dell'ok in sala

In questo clima di accertamenti tecnici, si leva la voce del cardiochirurgo Guido Oppido, il professionista che materialmente eseguì l'impianto e che, sospeso dall'Azienda Ospedaliera dei Colli, è ora tra i sette indagati per omicidio colposo. Raggiunto dalle telecamere della trasmissione "Lo Stato delle Cose", Oppido ha rotto il silenzio per ribadire la correttezza del suo operato, dichiarando di aver operato bene e di aver speso undici anni della sua vita per salvare tremila bambini in Campania; «Io sono la vittima», ha affermato, aggiungendo che le sue ragioni le esporrà ai giudici, ai quali spetta stabilire cosa sia andato storto. Centrale, in questo senso, è la questione del presunto assenso ricevuto in sala operatoria: Oppido dichiara di aver percepito un «sì» in risposta alla sua domanda sulla corretta conservazione e idoneità dell'organo, un dettaglio che gli avrebbe consentito di procedere con l'espianto. Dalle relazioni degli ispettori, tuttavia, emerge una discordanza con le versioni degli altri componenti dell'équipe, i quali affermano che nessuno fornì una risposta affermativa esplicita e che la consapevolezza del congelamento del cuore giunse quando ormai la procedura sul piccolo era già stata completata, rendendo ogni scelta irreversibile.

Criticità pregresse e nuove ipotesi investigative sul centro trapianti

Mentre la comunità scientifica e giudiziaria concentra la propria attenzione sull'incidente probatorio, l'inchiesta si allarga ad altri fronti, gettando ombre lunghe sull'organizzazione del centro trapianti del Monaldi. Federconsumatori Campania ha depositato in Procura un esposto so, 250 pagine con allegati, nel quale si ipotizzano gravi criticità nell'attività del reparto di cardiochirurgia pediatrica. Nel documento, presentato dai legali Carlo Spirito e Davide Di Luccio, si sollevano questioni che vanno oltre il singolo caso, toccando la mancanza di autorizzazioni e accreditamenti specifici per l'attività trapiantologica pediatrica, che di fatto sarebbe stata svolta in spazi non autorizzati e in assenza di una terapia subintensiva adeguata, come del resto evidenziato anche dalle ispezioni del Centro Nazionale Trapianti. Le ispezioni del 2023 e 2024 avevano già rilevato «carenze organizzative e mancanza di procedure formalizzate», un quadro di non conformità che ora viene riesaminato alla luce della morte del piccolo. A ciò si aggiunge la denuncia relativa ad altri due decessi di bambine, una di origini bulgare e una marocchina, decedute nello stesso reparto mentre erano in attesa di un trapianto e assistite con cuori artificiali; i familiari chiedono ora di accertare se il personale fosse adeguatamente formato per la gestione di quei dispositivi salvavita.

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