Crisi di Hormuz, il sistema Italia tra carenza di greggio e il costo nascosto delle rinnovabili
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Redazione Economia
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In condizioni normali, lo Stretto di Hormuz – quel sottile corridoio marittimo che separa l’Iran dalla penisola Arabica – lascia passare circa un quinto del petrolio mondiale e una quota significativa del gas naturale liquefatto. Oggi, però, di normale non c’è proprio nulla. Gli attacchi militari iniziati a fine febbraio contro la Repubblica islamica, e la conseguente decisione americana di imporre un blocco navale selettivo, hanno trasformato questo snodo in una tagliola. Il petrolio è tornato a sfiorare quota cento dollari al barile e, nonostante una tregua temporanea che ha riaperto il passaggio ad alcune navi commerciali, il mercato globale dell’energia rimane con il fiato sospeso.
L’imbuto energetico e la posizione di Eni
L’Italia, lo si sa, guarda a questa crisi con un’apprensione particolare, data la sua cronica dipendenza dalle importazioni. Eppure, come ha voluto precisare l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, durante la presentazione dell’ultimo piano industriale, l’esposizione diretta del colosso energetico nazionale alla turbolenza è piuttosto marginale. «Non abbiamo alcun cargo nell’area», ha dichiarato, definendo l’incidenza della produzione locale sul totale aziendale come un modesto 2 o 3 per cento. Un dato, quest’ultimo, che potrebbe offrire un illusorio sollievo, se non fosse che la vulnerabilità dell’Italia non dipende tanto dalla geografia dei suoi giacimenti, quanto dalla sua funzione di “price taker” sui mercati internazionali. In pratica, anche se le nostre petroliere non vengono fermate direttamente, subiamo lo shock dei prezzi globali come tutti gli altri.
Bernardi e lo “scudo” che non esiste
A gettare acqua sul fuoco delle speculazioni è Marco Bernardi, presidente di Illumia, il quale ha voluto sfatare il mito di una protezione assoluta. «Non esiste uno scudo definitivo in una crisi di questa portata», ha ammonito, pur riconoscendo che i prezzi bloccati rappresentano al momento l’unico argine concreto per famiglie e imprese. La sua analisi, per certi versi, corregge gli allarmismi più eclatanti: la situazione attuale, sebbene grave, non raggiunge ancora i picchi isterici del 2022. Il gas europeo, grazie a una diversificazione delle fonti che ai tempi della guerra in Ucraina non avevamo, si è fermato a livelli ben più bassi di allora. Tuttavia – ed è un però di peso – Bernardi avverte che la durata del conflitto è la variabile decisiva. Se il blocco dovesse prolungarsi, il petrolio potrebbe volare oltre i 150 dollari al barile, trascinando con sé l’inflazione e mettendo in ginocchio le aziende energivore.
La lunga estate di Hormuz e la mazzata sul gas
C’è poi un’analisi più fosca, quella che viene dal Centro Europa Ricerche, la quale dipinge uno scenario di medio periodo che pochi hanno il coraggio di affrontare. Demostenes Floros, sulla base di dati elaborati dall’Oxford Institute for Energy Studies, ha avvertito che la chiusura dello Stretto potrebbe durare tutta l’estate, con una riduzione delle forniture petrolifere che ha già superato i 9 milioni di barili al giorno. Il vero problema, però, è un altro, ed è tutto italiano. Il blocco impedisce il passaggio di 115 miliardi di metri cubi annui di Gnl provenienti dal Qatar. E il Qatar, va ricordato, è diventato per noi un fornitore strategico dopo la rottura con la Russia. «Per i prossimi 3-5 anni», ha avvertito Floros, «con ogni probabilità non riceveremo gas liquefatto dal Qatar». Una mazzata doppia, insomma, che colpisce il nostro sistema elettrico proprio mentre si tenta di abbandonare il carbone.
L’alternativa rinnovabile e i suoi costi nascosti
In questo quadro di devastazione delle catene di approvvigionamento tradizionali – dove impianti petroliferi in Arabia Saudita e Kuwait risultano danneggiati e la capacità produttiva reale viene distrutta – la retorica della transizione ecologica si scontra con la dura fisica dei numeri. Se da un lato le fonti solari ed eoliche vengono presentate come lo scudo di sopravvivenza per liberarci dal ricatto del Golfo, dall’altro emergono criticità strutturali che nessun decreto ministeriale può aggirare. La sostituzione dei fossili con le rinnovabili, infatti, non è solo problematica per la maggiore difficoltà nella conservazione dell’energia – il noto problema dell’intermittenza – ma anche per i costi di “estrazione” ed “erogazione”, che in questa fase storica restano più elevati di quanto si sia disposti ad ammettere. L’Italia, insomma, si trova a ballare sul filo: deve pagare il prezzo salatissimo del gas qatariota che non arriva più, oppure investire somme colossali per accumulare l’energia del vento e del sole, tecnologie queste che, per quanto virtuose, non sono ancora economicamente competitive senza un massiccio intervento pubblico.




