Il decreto lavoro vara il “salario giusto” e Bombardieri ne rivendica la paternità: “È il nostro”
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Redazione Interno
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L’approvazione del decreto lavoro da parte del Consiglio dei ministri, arrivata proprio alla vigilia del Primo maggio, segna un passaggio politico rilevante che il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, ha accolto come una vittoria di posizione. La norma, nel definire il cosiddetto “salario giusto”, lo ha ancorato esplicitamente ai minimi tabellari stabiliti dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Per Bombardieri, intervistato alla vigilia della festa, si tratta di un cambio di passo decisivo su un terreno, quello della rappresentanza, finora rimasto ambiguo e minato dalla proliferazione di accordi spurii.
“Per la prima volta – ha spiegato il leader della Uil – si riconosce che il salario dignitoso è quello dei contratti firmati dalle organizzazioni più rappresentative”, una definizione che di fatto esclude dal perimetro degli incentivi statali chi adotta i cosiddetti “contratti pirata”. Questi ultimi, spesso siglati con sigle sindacali di comodo o datoriali inesistenti, avevano creato un pericoloso dumping salariale, abbassando le tutele e mettendo in difficoltà la contrattazione tradizionale. Il governo ha scelto di non esercitare la delega in materia, lasciando spazio alla trattativa in corso tra le parti sociali, ma ha comunque blindato il principio: solo chi applica i contratti di Cgil, Cisl e Uil potrà accedere agli sgravi e ai bonus.
Un miliardo di incentivi legati al rispetto dei contratti
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha illustrato i dettagli della manovra sottolineando come lo stanziamento per il rinnovo degli incentivi occupazionali sfiori quasi il miliardo di euro, con particolare attenzione alle assunzioni di donne, giovani e residenti nelle zone Zes. Tuttavia, il ministro del Lavoro, Marina Calderone, ha ribadito la novità sostanziale: le agevolazioni non saranno più automatiche. Per riceverle, le imprese dovranno dimostrare di applicare un trattamento economico complessivo adeguato, parametrato proprio ai contratti leader del settore.
La scelta di campo del governo, quindi, non introduce un salario minimo legale orizzontale come avviene in altri paesi europei, ma rafforza il sistema della contrattazione collettiva di qualità. Da un lato, si evita una soglia unica che potrebbe non calzare le specificità dei singoli settori; dall’altro, si esclude chi tira al ribasso. Nel decreto, invece, non è stata inserita la retroattività automatica degli aumenti per i contratti scaduti, una misura che aveva sollevato perplessità nel mondo imprenditoriale e che è stata sostanzialmente accantonata.
La stretta sul caporalato digitale e i rider
Oltre alla questione retributiva, il provvedimento interviene in maniera decisa sul lavoro delle piattaforme digitali, un fenomeno in continua espansione e spesso terreno fertile per lo sfruttamento. La bozza del decreto introduce una disciplina organica per i rider, superando le finzioni contrattuali: se è l’algoritmo a determinare le modalità della prestazione, esercitando un controllo etero-diretto, scatta la presunzione di subordinazione.
Un passaggio cruciale riguarda la trasparenza algoritmica. I lavoratori avranno diritto di sapere come vengono assegnati gli incarichi o determinati i compensi e potranno chiedere un “riesame umano” delle decisioni automatizzate che li riguardano. Le piattaforme, inoltre, sono obbligate a conservare i dati relativi ad accessi e rifiuti per cinque anni, rendendoli disponibili alle autorità ispettive. La stretta più dura è quella contro il “caporalato digitale”, ovvero l’intermediazione illecita tramite la cessione di account fittizi, una pratica utilizzata per impiegare lavoratori in nero o irregolari senza alcuna tutela.
L’isolamento della Cgil e il ruolo dei sindacati
Mentre Bombardieri (Uil) e la leader della Cisl, Daniela Fumarola, hanno apertamente rivendicato il risultato raggiunto parlando di “cambio di passo” e “principio importante”, la Cgil di Maurizio Landini ha scelto la strada dell’arroccamento, rimanendo di fatto isolata nel giudizio negativo. Per Landini, come riportato in una nota, il decreto rappresenterebbe un’occasione mancata per mettere soldi veri nelle buste paga dei lavoratori, accusando il governo di aver ascoltato più le imprese che i dipendenti.
Nonostante queste divisioni sindacali, la struttura del decreto appare chiara: si punta a restringere il campo a chi è realmente rappresentativo. L’esecutivo ha incassato il sostegno di una parte rilevante del mondo del lavoro proprio su quel punto, ritenendo che il miglior antidoto agli stipendi da fame non sia un minimo imposto per legge, ma la valorizzazione dei contratti nazionali, a patto che vengano rispettati e non aggirati da sistemi paralleli.




