Il decreto Primo maggio vara il “salario giusto”: niente incentivi pubblici per chi sottopaga o usa contratti pirata

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Redazione Interno Redazione Interno   -   “Pensiamo che sia questo il modo migliore per ringraziare gli italiani che ogni giorno contribuiscono, con il loro lavoro, a fare grande la nostra nazione”. Con queste parole, pronunciate al termine della consueta conferenza stampa post-riunione, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha annunciato l’approvazione del nuovo decreto legge in materia di lavoro, un provvedimento – varato in vista della Festa dei Lavoratori – che il Governo ha scelto di dedicare proprio a chi ogni giorno alimenta il motore produttivo del Paese.

Il Consiglio dei ministri, che ha visto la partecipazione della ministra del Lavoro Marina Calderone, della titolare per la Famiglia Eugenia Roccella e del sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano, ha quindi dato il via libera a un pacchetto di misure incentrato su tre pilastri: il “salario giusto”, gli incentivi all’occupazione e il contrasto al cosiddetto “caporalato digitale”. La novità più rilevante, come evidenziato dalla stessa premier, risiede però nel meccanismo di erogazione dei fondi: lo stanziamento, che sfiora quasi un miliardo di euro per il rinnovo degli incentivi occupazionali, sarà vincolato al rispetto di parametri ben precisi. In sostanza, per accedervi, le aziende dovranno necessariamente riconoscere e applicare ai propri dipendenti il “salario giusto”, inteso non come mera paga oraria, bensì come trattamento economico complessivo, comprensivo di tutti quegli elementi accessori che concorrono a formare il contratto a favore del lavoratore.

Le parole della premier sul rischio del salario minimo orario

Nel dettaglio tecnico della manovra, la presidente Meloni ha speso diverse parole per chiarire la distanza – netta, a suo dire – tra la filosofia dell’esecutivo e l’ipotesi di un salario minimo orario imposto per legge. “Come noi abbiamo sempre sostenuto”, ha spiegato Meloni, “nel caso dell’introduzione di un salario minimo orario, noi rischieremmo di costruire non un ulteriore parametro di garanzia ma, per paradosso, un parametro sostitutivo di un ammontare complessivo che oggi i contratti chiaramente rappresentano”. Una dichiarazione, quest’ultima, che richiama esplicitamente le polemiche recenti legate all’applicazione della legge regionale in Puglia; lì, dove era stato fissato un tetto di 9 euro l’ora, i lavoratori – come emerso da alcune inchieste sindacali – si sono trovati a fronteggiare una drastica riduzione del monte ore settimanale, passando di fatto da 40 a 25 ore, con il conseguente rischio di vedere lo stipendio mensile ridursi a poco più di 700 euro, vanificando di fatto la promessa di una maggiore dignità economica.

Incentivi condizionati e stretta sul “caporalato digitale”

Per evitare il ripetersi di simili dinamiche distorsive, il decreto intende quindi legare a doppio filo i benefici pubblici alla qualità della contrattazione. “Chi sottoscrive contratti pirata e sottopaga i lavoratori non avrà diritto a incentivi pubblici”, ha ribadito la premier, sottolineando come il provvedimento dica “sì al salario giusto e sì a una contrattazione di qualità”. A essere premiati, con specifici bonus, saranno invece le assunzioni di giovani donne e lavoratori residenti nelle zone economiche speciali (Zes), a patto naturalmente che venga rispettato il principio della retribuzione equa. Accanto a queste disposizioni, il testo approvato introduce anche norme specifiche per combattere il fenomeno dello sfruttamento nel settore dei rider, un ambito – quello delle consegne a domicilio – dove il digitale ha spesso offuscato i confini tra lavoro autonomo e subordinato, facilitando quelle pratiche di “caporalato digitale” che il Governo intende ora arginare con strumenti più incisivi.

All’indomani del via libera, l’esecutivo ha quindi ribadito la propria linea, fatta di incentivi selettivi piuttosto che di tetti orari universali, una strategia che la premier ha rivendicato come parte di un “tassello” più ampio volto a consolidare i dati occupazionali ma, al contempo, ha lasciato sul tavolo il confronto acceso con le opposizioni e le parti sociali, ancora divise sull’efficacia reale di un approccio che subordina gli aiuti alla verifica dei contratti.

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