Il ripescaggio dell’Italia? «Sarebbe umiliante, meglio la Palestina»: la tesi di Christillin sul giallo Iran
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Redazione Sport
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Il mondo del calcio, che vive di geometrie precise e regolamenti ferrei, si trova improvvisamente a fare i conti con le variabili impazzite della geopolitica. A meno di due mesi dal fischio d’inizio dei Mondiali 2026, ospitati da Stati Uniti, Canada e Messico, il destino della Nazionale italiana – eliminata ai rigori dalla Bosnia negli spareggi europei – resta sospeso in un limbo paradossale. Da un lato c’è la matematica, che dice addio alla rassegna iridata per la terza volta consecutiva; dall’altro, la concreta possibilità che la squadra guidata da Gennaro Gattuso venga ripescata all’ultimo minuto, qualora l’Iran dovesse davvero ritirarsi. Ed è proprio su questo crinale che si è inserita l’analisi, tagliente e priva di retorica, di Evelina Christillin: ex membro Uefa nel consiglio Fifa, la manager torinese ha infatti offerto una lettura realistica della situazione, smontando qualche facile entusiasmo e proponendo una soluzione che sa di provocazione colta.
Il nodo del regolamento e il potere assoluto di Infantino
Secondo Christillin, che ha partecipato a *Radio Anch’io Sport* su Rai Radio 1, l’eventuale ripescaggio non sarebbe affatto un automatismo basato sul ranking Fifa, nonostante l’Italia occupi la posizione più alta tra le escluse (12esima). «È tutto nelle mani della Fifa – ha spiegato –, il regolamento al punto 6.7 stabilisce che il Consiglio può decidere su suggerimento dell’amministrazione. Quindi decide Infantino e poi fa votare il Consiglio dando il suggerimento che è meglio seguire». Un meccanismo, questo, che lascia ampio spazio alla discrezionalità politica dell’organismo di governo del calcio mondiale. A complicare ulteriormente il quadro, si aggiunge la posizione ambivalente della federazione iraniana: se il ct Amir Ghalenoei assicura che non ci sono motivi per saltare l’appuntamento, il governo di Teheran appare molto più prudente, timoroso delle ripercussioni legate alle tensioni militari proprio con gli Stati Uniti, paese organizzatore.
La stoccata umiliante alla Nazionale e la candidatura della Palestina
Lungi dal lasciarsi andare a facili patriottismi, l’ex dirigente ha però voluto ridimensionare le speranze azzurre con una riflessione che suona quasi come una lezione di stile. «Pensare di qualificarsi per il rotto della cuffia – ha dichiarato – perché un’altra nazionale non può giocare è un po’ umiliante per una Nazionale che ha vinto quattro Mondiali». Una frase che, a differenza delle ipotesi circolate nei giorni scorsi su un possibile “super play-off” che coinvolgesse anche Galles e Irlanda, rimette al centro la questione del merito sportivo. Ma non solo: Christillin ha aggiunto un elemento di rottura, suggerendo un nome che nessuno, fino a ieri, aveva fatto seriamente. «Permettetemi un suggerimento di cuore – ha detto –: l’anno scorso, con un rigore piuttosto inesistente al 97’, la Palestina è stata eliminata dall’Oman nelle qualificazioni asiatiche. Sarebbe un bel gesto ripescare la Palestina in questo momento». Un’idea che sposta l’attenzione dall’opportunismo al valore simbolico, in aperto contrasto con la logica del ranking che vedrebbe gli Emirati Arabi Uniti come primi sostituti naturali dell’AFC.
Lo scontro politico che offusca la diplomazia del pallone
A rendere il tutto ancora più intricato è il clima di tensione che aleggia tra Roma e Washington. Lo scontro verbale tra il presidente americano Donald Trump – tornato alla Casa Bianca ormai da più di un anno – e la premier Giorgia Meloni ha infatti generato strascichi imprevedibili, estendendosi anche al terreno sportivo. La possibilità che l’Italia venga ripescata, alimentata per settimane dalle voci su un forfait della squadra persiana, si sta infatti trasformando in un’occasione sfumata, se non perduta. La diplomazia del pallone, che spesso nasconde interessi strategici, rischia così di soccombere di fronte alle frizioni diplomatiche: senza una svolta improvvisa nel rapporto tra i due leader, la strada per il ripescaggio appare in salita. A pesare è anche la posizione ufficiale della Fifa, che pur ricordando che «lo sport deve restare fuori dalla politica», non può ignorare le direttive implicite che arrivano dall’amministrazione statunitense.




