Leone XIV alla Sapienza: «Non si chiami difesa un riarmo che aumenta le tensioni»
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Redazione Interno
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È entrato nell’aula magna del rettorato mentre la magnifica rettrice Antonella Polimeni tentava ancora, invano, di farsi udire tra il fragore di una standing ovation e il grido “Viva il Papa”. Papa Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost, matematico ed ex insegnante di matematica, ha scelto ieri l’Università La Sapienza di Roma – la più grande d’Europa – per un discorso che, a differenza di quello mai pronunciato da Benedetto XVI nel 2008, non guardava all’epistemologia né al tormentato rapporto tra scienza e fede. Guardava, piuttosto, al futuro umano, individuale e sociale, con quella che lui stesso ha definito la schiettezza «di cuore di pastore» verso giovani spesso tristi, schiacciati «dal ricatto delle aspettative e dalla pressione delle prestazioni».
Il fantasma di Galileo e la presenza di Parisi
Diciotto anni separano questa visita pastorale da quella che vide Benedetto XVI costretto a rinunciare all’apertura dell’anno accademico 2008, dopo violente proteste di studenti e docenti – tra cui, già allora, il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi – che invocarono il nome di Galileo Galilei. Oggi Parisi era tra i banchi dell’Aula Magna, non per contestare ma per ascoltare. E ascoltava un pontefice che, lungi dal riaprire antiche ferite, chiedeva ai presenti di farsi «artigiani di pace vera, disarmata e disarmante». Un appello, ha precisato lo stesso Leone XIV, che non basta a sé stesso: senza diplomazia, senza scelte concrete, le parole restano consolazione. Non una critica generica al riarmo, ma una denuncia puntuale: nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo – e in particolare in Europa – è stata enorme.
Il netto no del papa al riarmo sotto mentite spoglie
«Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza», ha scandito il pontefice di fronte a centinaia di studenti e docenti. Quella frase, pronunciata in un’aula che per secoli ha rappresentato il tempio del pensiero laico, suona come un martello contro l’idea – sempre più diffusa nei dibattiti politici europei – che accumulare armi equivalga a proteggersi. Leone XIV ha elencato le conseguenze: depauperamento degli investimenti in educazione e salute, sfiducia verso la diplomazia, arricchimento di élite «cui nulla importa del bene comune». Parole che diventano ancora più rilevanti se lette alla luce del contesto internazionale attuale, con l’Europa che ha accelerato le proprie spese militari e con gli Stati Uniti – dove Trump siede alla Casa Bianca ormai da più di un anno – che hanno ridiscusso i propri impegni di alleanza.
Giovani, diritto allo studio e chi fugge dalle guerre
Il papa ha elogiato l’impegno dell’ateneo per il diritto allo studio «di chi ha minori disponibilità economiche, delle persone con disabilità, dei detenuti e di chi è fuggito da zone di guerra». Un passaggio, quest’ultimo, che riconnette il discorso accademico alla cronaca delle rotte migratorie e dei conflitti aperti alle porte dell’Europa. «Siamo tutti costruttori di pace», ha ripetuto Leone XIV, rivolgendosi a una platea che includeva non solo accademici e studenti, ma anche rappresentanti di quelle stesse fasce fragili che l’università si è impegnata a sostenere. A differenza della polemica del 2008, qui non c’è stato alcuno scontro tra scienza e fede: anzi, la presenza di Parisi ha suggellato una tregua, se non una convergenza, su un terreno – quello della pace attiva e del disarmo – che richiede competenze tecniche e passione civile.
Il lavoro che spetta a chi resta
Leone XIV ha voluto sottolineare un punto spesso rimosso nei discorsi pubblici: la pace non si decreta, si costruisce giorno per giorno, e spetta «a chi resta» – cioè a chi non fugge dalle responsabilità – fare da artigiano. Nessuna ricetta miracolistica, nessuna invocazione astratta. Il pontefice ha invece indicato un intreccio tra scelte politiche, investimenti sociali e rifiuto della guerra intesa come depauperamento collettivo. L’applauso finale, lungo e convinto, ha testimoniato che quelle parole – per quanto scomode in un’epoca di riarmo generalizzato – hanno colpito il bersaglio. La magnifica rettrice Polimeni, alla fine, è riuscita a farsi sentire: ha ringraziato il papa per «un messaggio che questo ateneo farà proprio», senza aggiungere altro. Del resto, dopo un discorso del genere, le parole di ringraziamento rischiano sempre di essere ridondanti.




