Il referendum che spezza l’incantesimo: il No cancella la riforma, Meloni incassa la prima sconfitta vera
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Redazione Interno
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Il verdetto delle urne, come spesso accade quando la posta in gioco diventa esistenziale per un governo, ha il sapore amaro di un giudizio inappellabile. Gli italiani, chiamati a esprimersi sulla riforma costituzionale dell’ordinamento giudiziario, hanno detto No con una percentuale che si attesta oltre il 53 per cento dei voti validi, mentre l’affluenza – quell’affluenza che tanto preoccupa gli analisti nelle consultazioni moderne – ha sfiorato quota 59 punti percentuali, un dato che restituisce dignità al gesto del voto e che smentisce chi dava per scontata l’apatia dell’elettorato. Era un referendum confermativo, quello che si è tenuto il 22 e 23 marzo, e non necessitava del quorum per essere valido; ma la scelta della premier Giorgia Meloni di intestarsi personalmente la campagna per il Sì, trasformando un quesito tecnico in una prova di fiducia, ha finito per restituire un responso che nessuno, a Palazzo Chigi, può permettersi di liquidare come un incidente di percorso.
La sconfitta, netta e inequivocabile, arriva dopo una campagna elettorale che il centrodestra aveva immaginato come una marcia trionfale. Invece, il dato territoriale svela crepe preoccupanti nella tenuta del consenso: se è vero che le grandi città, da Napoli a Torino, hanno schiacciato il pedalino del No con percentuali bulgare (oltre il 64 per cento nel capoluogo piemontese), è forse ancora più significativo ciò che accade nel Meridione, dove l’elettorato di centrodestra, secondo le prime analisi dei flussi, avrebbe scelto la strada dell’astensionismo o del voto di protesta, segnalando una distanza siderale dalle promesse mancate sul fronte economico e sociale. La riforma che avrebbe introdotto la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, con la creazione di due Consigli superiori della magistratura distinti e di un’Alta Corte disciplinare, viene così rispedita al mittente dal Parlamento, per usare una metafora calcistica, ma è il governo a uscire dal campo con le ossa rotte.
In questo quadro, l’analisi di Dario Franceschini, vecchia volpe del centrosinistra che già a luglio dello scorso anno aveva previsto questo esito, assume i contorni di una profezia autoavveratasi: «Il referendum sarà pro o contro il governo, oltre il merito», aveva detto in Aula, mettendo in guardia sulle «tentazioni autoritarie» della maggioranza. E così è stato. Il fronte del No, ampio e composito, ha saputo incanalare non solo le ragioni tecniche dei giuristi contrari alla modifica costituzionale, ma anche il malcontento diffuso per un esecutivo percepito come troppo concentrato sulle riforme istituzionali a scapito delle emergenze quotidiane. La reazione della premier, arriva attraverso un video sui social, è improntata a una sobrietà obbligata: «Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione», ha detto Meloni, parlando di «rammarico per un’occasione persa di modernizzare l’Italia», ma assicurando che l’esecutivo andrà avanti «con responsabilità e determinazione».
Il peso della personalizzazione e le crepe nella maggioranza
A determinare la portata politica del risultato è stata proprio quella personalizzazione che la premier aveva cercato di imporre. Scendendo in campo in prima linea, Giorgia Meloni ha trasformato il voto su sette articoli della Costituzione in un plebiscito su se stessa, e il responso del Paese, in questo caso, è stato di segno opposto rispetto alle aspettative di Palazzo Chigi. Non si tratta di un terremoto che faccia franare il governo nell’immediato – i numeri in Parlamento, come ha ricordato la stessa Meloni, restano solidi – ma la lettura politica del voto è impietosa: il governo, per la prima volta dall’insediamento, si scopre minoranza nel Paese su un tema da lui stesso scelto come cavallo di battaglia.
Non meno significative sono le fibrillazioni che attraversano il centrodestra. Se Fratelli d’Italia incassa il dato più amaro, con un 11 per cento circa dei propri elettori che ha votato in dissenso, la Lega e Forza Italia registrano percentuali di franchi tiratori ancora più alte, mentre una fetta non trascurabile dell’elettorato moderato, intorno al 18 per cento secondo alcune proiezioni, ha scelto di restare a casa. Il vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini, ha invitato a rispettare il voto, ma ha subito rilanciato sulla necessità di proseguire con altre riforme della giustizia, segno che la materia resta spinosa e che le tensioni all’interno della coalizione sono destinate a riemergere. L’analisi del giorno dopo, quella che viene raccontata nei comitati elettorali del Sì, oscilla tra l’autoassoluzione e lo smarrimento: si parla di un elettorato irrazionale, influenzato dalle paure, dal costo della benzina o dalla guerra, ma in queste analisi manca forse il coraggio di guardare in faccia la realtà più semplice, quella per cui il popolo vota come gli pare, e stavolta ha scelto di fermare una riforma avvertita come calata dall’alto.
La riscossa delle opposizioni e il fragile equilibrio della vittoria
Dall’altra parte della barricata, le opposizioni esultano ma sono chiamate a gestire un successo che potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Giuseppe Conte parla di «nuova stagione politica», di «una nuova primavera» e interpreta il voto come un «avviso di sfratto» al governo, mentre Elly Schlein incassa la fiducia di un elettorato che si è mobilitato in massa per difendere la Costituzione. Tuttavia, il fronte del No è stato tenuto insieme più dalla paura della riforma che da un programma condiviso, e se oggi il centrosinistra gode del momento favorevole, le ombre di un futuro negoziato su leadership e alleanze – con i Cinque Stelle e Italia Viva pronti a giocare le proprie carte – si allungano già sull’orizzonte.
Il dato che fa riflettere, oltre al risultato nazionale, è la qualità della partecipazione. Il 58,9 per cento di affluenza non solo ha superato le aspettative della vigilia, ma ha restituito dignità a uno strumento di democrazia diretta spesso svuotato dal disinteresse. In regioni come l’Emilia-Romagna e il Piemonte, l’affluenza ha superato abbondantemente la media nazionale, mentre al Sud, dove pure la partecipazione è stata più bassa, i numeri indicano una mobilitazione asimmetrica che ha premiato le opposizioni. Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Cesare Parodi, ha presentato le dimissioni – ufficialmente slegate dall’esito del voto – in un gesto che segna la chiusura di una fase difficile per le toghe, le quali si erano trovate al centro di una campagna elettorale spesso rovente.
Un voto che ridisegna i confini del consenso
Con l’archiviazione della riforma costituzionale, si chiude un capitolo che il governo aveva aperto con grande ambizione. Per Giorgia Meloni, l’errore di valutazione è stato innanzitutto politico: credere che la forza della maggioranza parlamentare potesse tradursi automaticamente in consenso popolare, e che un tema complesso come la separazione delle carriere potesse essere veicolato attraverso la retorica della contrapposizione frontale. L’Italia che ha votato No, in fondo, è un Paese stanco degli scontri infiniti e diffidente verso quelle riforme istituzionali che, nella percezione comune, allontanano i problemi reali anziché risolverli.
Non ci sono, al momento, contraccolpi immediati sulla tenuta dell’esecutivo, ma il segnale inviato dagli elettori è chiaro e non potrà essere ignorato nelle prossime scadenze. Il governo, pur accettando la sconfitta con quella che i comunicatori definiscono “grazia istituzionale”, dovrà fare i conti con una maggioranza che mostra segni di logoramento e con un Paese che ha riscoperto la capacità di dire No in modo compatto. Mentre il centrosinistra celebra, cauto ma consapevole che in politica le vittorie referendarie non si trasformano mai automaticamente in successi elettorali, il centrodestra torna a casa con il compito arduo di ricucire le proprie crepe. La sovranità popolare, in questa circostanza, ha parlato a voce alta, ricordando a tutti che le riforme, per durare, devono saper costruire consenso e non limitarsi a sommarlo.




