Polizze catastrofali, il conto alla rovescia per le imprese italiane scade a fine marzo

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il calendario segna ormai giorni decisivi per centinaia di migliaia di realtà produttive italiane, quelle che – tra ristoranti, hotel, imprese ittiche e non solo – si trovano a fare i conti con un adempimento normativo destinato a ridisegnare il perimetro della sicurezza patrimoniale. La scadenza del 31 marzo 2026, sancita dalla Legge di Bilancio 2024, rappresenta il momento in cui l’obbligo di stipulare polizze assicurative contro i rischi catastrofali – terremoti, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni – cessa di essere una prospettiva futura per diventare un vincolo operativo concreto. Eppure, a pochi giorni dallo spartiacque normativo, il dato sull’adesione restituisce l’immagine di un sistema ancora in larga parte scoperto: secondo le stime fornite dal presidente dell’ANIA, Giovanni Liverani, solo il 12% delle imprese ha finora sottoscritto una copertura, una percentuale che – tradotta in numeri assoluti – corrisponde a circa 500.000 aziende su un totale che supera i 4 milioni di unità. Un quadro, questo, che mostra un incremento rispetto al 7% registrato all’inizio del 2025, ma che evidenzia al tempo stesso quanto il cammino da compiere resti ancora impervio.

L’obbligo che arriva dalla manovra finanziaria

L’architettura normativa che impone la copertura assicurativa si innesta nel solco tracciato dalla legge di Bilancio di due anni fa, un intervento pensato per arginare la vulnerabilità del tessuto imprenditoriale di fronte a eventi naturali la cui frequenza e intensità, come testimoniano le cronache recenti, non accenna a diminuire. L’obbligo, nella sua formulazione originaria, coinvolge le imprese con sede legale o stabile organizzazione in Italia, chiamate a proteggersi contro i danni direttamente provocati da calamità naturali. A spingere il legislatore verso questa direzione, la constatazione di un divario storico tra il rischio reale, che espone beni strumentali e immobili a distruzioni potenzialmente irreversibili, e una cultura assicurativa che, almeno in questo segmento, ha faticato a decollare. Il dato fornito dal presidente dell’ANIA, con appena un’azienda su otto attualmente protetta, fotografa proprio la distanza che separa la norma dalla sua effettiva attuazione, un abisso che la scadenza imminente cerca di colmare.

I settori sotto la lente: turismo, ristorazione e pesca

Tra le categorie maggiormente chiamate in causa dal provvedimento, spiccano quelle legate alla filiera dell’ospitalità e della somministrazione: micro e piccole imprese che operano nella ristorazione, così come quelle attive nel comparto turistico-ricettivo, sanno che entro il 31 marzo la polizza dovrà essere perfezionata. Si tratta di settori particolarmente esposti, se non altro per la natura degli immobili utilizzati – spesso ubicati in aree ad alta valenza paesaggistica ma anche, non di rado, ad elevato rischio idrogeologico – e per l’importanza che rivestono nell’economia locale. A questi si aggiungono le imprese ittiche, un comparto che, per le sue peculiarità operative, si trova a gestire rischi legati sia alle strutture a terra sia alle attività in mare. Per tutte queste realtà, l’obbligo non rappresenta un mero adempimento burocratico, ma una trasformazione strutturale: la capacità di resistere a un evento distruttivo, domani, passerà sempre più attraverso la verifica della regolarità assicurativa.

Il nodo della preparazione del sistema

Alla vigilia di quella che si prospetta come una data spartiacque, il sistema delle imprese appare ancora impreparato, una condizione che non riguarda solo la percentuale ancora ridotta di chi ha già stipulato la copertura, ma anche il grado di consapevolezza diffuso. Se a inizio 2025 gli assicurati si fermavano al 7%, l’aumento di cinque punti percentuali raggiunto nei mesi successivi mostra un’accelerazione, ma non è sufficiente a scongiurare il rischio che, allo scoccare del termine, una quota rilevante del mondo produttivo si trovi in una situazione di non conformità. Il meccanismo voluto dal legislatore, del resto, punta a creare un argine collettivo di fronte a eventi che, come alluvioni e terremoti, hanno dimostrato negli anni la loro capacità di mettere in ginocchio intere filiere. E se da un lato l’obbligo introduce un costo aggiuntivo per le aziende, dall’altro rappresenta – nella logica della norma – l’unica via per evitare che un evento naturale si trasformi inevitabilmente in una catastrofe economica da cui sia troppo difficile ripartire.

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