Commercio in Italia, il rapporto Confcommercio: meno negozi ma imprese più solide. Urso: "Non rassegniamoci"

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il commercio italiano sta attraversando una fase di profonda trasformazione, come emerge dal primo Rapporto Confcommercio sul commercio in Italia, presentato a Roma dal presidente Carlo Sangalli e dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. Una fotografia che mostra un settore in evoluzione, capace di adattarsi ai cambiamenti dei consumi e alla crescente integrazione tra canale fisico e digitale, dove la riduzione del numero di esercizi commerciali convive con un aumento della produttività e della solidità delle imprese.

I numeri di una trasformazione: calano i negozi, cresce la produttività

Il dato più evidente riguarda la contrazione della rete distributiva: tra il 2018 e il 2025 il numero delle unità locali del commercio al dettaglio è diminuito del 14,4%, passando da 666.479 a 570.313 attività, con una perdita complessiva di circa 96.000 negozi in sette anni. Se si allarga lo sguardo agli ultimi 13 anni, il dato diventa ancora più significativo, con oltre 156.000 esercizi commerciali che hanno abbassato la serranda per sempre.

Un fenomeno, quello della desertificazione commerciale, che preoccupa non solo per le sue implicazioni economiche, ma anche per l'impatto sociale sul tessuto urbano e sulla sicurezza dei quartieri.

Eppure, il Rapporto non racconta solo una storia di chiusure. A fronte di questa riduzione, si registra un consolidamento delle imprese superstiti, che hanno aumentato fatturati e produttività, dimostrando una capacità di reagire alle sfide del mercato e di innovare i propri modelli di business. Una resilienza che il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha sottolineato nel suo intervento, definendo il commercio non come "un settore tra gli altri, ma un'infrastruttura economica e sociale del Paese".

Il ruolo delle imprese e la sfida della rappresentanza

"Sul tema del commercio, che resta il Dna del nostro essere e fare rappresentanza, il pluralismo distributivo è la cifra distintiva della nostra politica associativa, che fa convivere la piccola, la media e la grande distribuzione". Con queste parole Sangalli ha ribadito la centralità del terziario di mercato, che oggi rappresenta il principale motore dell'economia italiana, contribuendo per oltre la metà del valore aggiunto nazionale e creando quasi quattro milioni di posti di lavoro negli ultimi trent'anni.

Le imprese del commercio, ha aggiunto, "interpretano l'economia diffusa, l'innovazione e la responsabilità, creando comunità e lavoro di qualità". Un ruolo che va oltre la semplice funzione economica, configurandosi come un vero e proprio presidio sociale e culturale nei territori, capace di animare le città e di contrastare il degrado urbano. In questo contesto, il presidente ha lanciato un appello per regole più eque e per una strategia nazionale di rigenerazione urbana che possa contrastare la desertificazione e valorizzare il ruolo dei piccoli esercizi di vicinato.

La risposta del governo e l'impegno per il settore

"Non rassegniamoci alla desertificazione", ha dichiarato il ministro Adolfo Urso, intervenendo alla presentazione del Rapporto, a dimostrazione dell'attenzione del governo per un settore strategico. Un messaggio che si inserisce in un quadro più ampio di sostegno alle imprese, come dimostrato anche dal recente tavolo al Mimit sulla vertenza Electrolux, dove il ministro ha chiesto all'azienda un nuovo piano industriale per tutelare gli stabilimenti italiani e l'occupazione.

Il governo, ha ribadito Urso, è pronto a mettere in campo tutti gli strumenti disponibili, dagli ammortizzatori sociali agli incentivi per gli investimenti, a condizione che ci siano piani seri e verificabili da parte delle aziende. Un approccio che mira a coniugare la tutela del lavoro con la competitività del sistema industriale, in un contesto internazionale segnato da tensioni geopolitiche e da una concorrenza sempre più agguerrita, come nel caso dell'elettrodomestico europeo dove, ha ricordato il ministro, negli ultimi sei anni sono stati chiusi 25 stabilimenti.

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