Don Francesco e Alberto, l'addio di Verona e la folla di Schio: «Verso il cielo insieme»
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Redazione Interno
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Un ultimo abbraccio collettivo, sospeso tra il dolore e un'affermazione di fede che ha travalicato i confini della semplice cerimonia funebre. Dopo la mareggiata umana che venerdì ha invaso il palazzetto di Schio, con oltre cinquemila persone accorse per rendere omaggio a don Francesco Andreoli e al giovane Alberto Fioretto, questa mattina è Verona a stringersi attorno alle loro memorie.
La salma del sacerdote di 36 anni, morto insieme al sedicenne animatore nel tragico incidente del 25 giugno scorso sulla Pedemontana Veneta, è stata accolta nella parrocchia di Santa Croce, dove don Francesco aveva svolto il suo servizio pastorale e dove oggi, alle 9, verrà celebrato il rito funebre dal vescovo Domenico Pompili.
Se il dolore per la perdita di due vite così giovani e piene di slancio resta una ferita aperta per le famiglie e per l'intera diocesi di Vicenza, il messaggio che ha scandito le esequie di Schio e che riecheggia oggi a Verona è stato quello di una speranza attiva, quasi militante. A tratteggiarlo con forza è stata l'omelia di don Enrico Gaetan, salesiano, che ha scelto di non indugiare sull'ordinario compianto ma di trasformare il dramma in un'eredità morale.
«Alberto e Francesco non sono solo due nomi da ricordare con commozione – ha affermato il religioso – ma due esempi viventi che ci spronano a donare la vita, a continuare quello che loro stavano facendo con quella straordinaria follia che solo l'amore per gli altri sa generare». Un invito, quello del sacerdote, a intercettare il senso profondo del loro impegno quotidiano, fatto di ore trascorse con i ragazzi del Grest e di una presenza costante e discreta tra i banchi di scuola e gli oratori.
Il testamento spirituale di don Francesco: «Appartenere a Dio per loro»
A gettare ulteriore luce sulla personalità del giovane prete e sulla coerenza della sua esistenza sono le parole che lo stesso don Francesco Andreoli aveva vergato quasi due anni prima dello schianto, il 24 settembre 2024, a Schio. Un testamento spirituale, quello redatto dal sacerdote, che oggi i fedeli e gli amici leggono come una mappa del suo cuore e una chiave di lettura della sua morte prematura.
In quei passaggi, emersi nei giorni successivi alla tragedia, non c'è traccia di rassegnazione o di paura, ma piuttosto una vibrante dichiarazione di gratitudine verso il Signore, un amore viscerale per la propria famiglia e un legame indissolubile con la città di Schio e con i giovani, che rappresentavano la sua ragione di vita e il suo orizzonte missionario.
Il filo conduttore di quelle annotazioni è un desiderio bruciante di appartenenza totale a Dio, ma non per una fuga dal mondo; al contrario, per essere più efficacemente presente in mezzo agli altri, per "dare tutto" come lui stesso scriveva, convinto che il dono di sé fosse l'unica vera ricchezza da lasciare in eredità.
L'atmosfera che ha avvolto le esequie di Schio, tuttavia, è stata ben lontana dalla plumbea rassegnazione che spesso accompagna le cerimonie per morti improvvise. Nel palazzetto gremito fino all'ultimo posto, tra le lacrime e il silenzio rispettoso, si è invece percepita un'energia insolita, fatta di applausi, canti e un affetto quasi travolgente che ha trasformato il lutto in una celebrazione collettiva della vita.
La folla, composta da giovani, famiglie, autorità e semplici cittadini, ha risposto presente in massa, testimoniando come il lavoro silenzioso di don Francesco e l'entusiasmo contagioso di Alberto avessero toccato corde profonde in una comunità che oggi si sente orfana ma anche, paradossalmente, più unita. «Seguiremo la tua straordinaria follia», hanno scritto alcuni amici in un messaggio letto durante la funzione, un'impegno solenne che restituisce il senso di un passaggio di testimone più che di un addio.
Da Malo a Gardaland: il tragitto spezzato di un sogno estivo
Il dramma si è consumato nel pomeriggio del 25 giugno, lungo un rettilineo della Pedemontana Veneta, nel territorio comunale di Malo. Don Francesco e Alberto, insieme ad altri animatori e a un gruppo di ragazzi del Grest, erano in viaggio verso Gardaland per una giornata di svago, uno di quegli appuntamenti estivi che rappresentano il culmine dell'anno pastorale e dell'impegno educativo.
Un'uscita pensata per regalare un sorriso ai più piccoli, che si è invece trasformata in una tragedia inaspettata quando il veicolo su cui viaggiavano i due è rimasto coinvolto in uno scontro frontale con un altro mezzo. Le dinamiche precise dell'incidente sono al momento al centro delle indagini affidate agli organi competenti, che stanno cercando di ricostruire l'esatta sequenza dei fatti per chiarire eventuali responsabilità, un lavoro minuzioso che non restituirà comunque la vita a due presenze così preziose per la comunità cristiana vicentina.
La scelta del vescovo Pompili di presiedere personalmente il rito di questa mattina a Verona sottolinea l'importanza e il peso specifico che la figura di don Francesco rivestiva non solo per la sua parrocchia, ma per l'intera diocesi. Un segno di vicinanza concreta alle famiglie colpite, ma anche un modo per onorare la memoria di un sacerdote che aveva fatto della prossimità ai giovani la sua bandiera, rifiutando ogni forma di clericalismo distante per abbracciare invece una spiritualità fatta di strada, di ascolto e di condivisione degli spazi quotidiani.
D'altronde, le parole del suo testamento spirituale sembrano oggi quasi una risposta anticipata alla domanda che molti si pongono sul senso di una fine così cruenta: una riaffermazione che la vita non si misura in anni, ma nell'intensità dell'amore che si è capaci di generare.
Il commiato tra preghiera e memoria collettiva
La cerimonia di oggi a Santa Croce si configura quindi come il naturale prolungamento di quel flusso di affetto che ha travolto Schio, un ultimo saluto che chiude idealmente il cerchio di una settimana segnata dallo choc e dalla riflessione.
La salma del sacerdote, vegliata nei giorni scorsi con una partecipazione straordinaria, viene affidata alla preghiera della sua comunità, mentre quella di Alberto, il sedicenne dal sorriso contagioso, è già stata accompagnata al riposo eterno dai suoi coetanei e dai familiari, in un clima di raccoglimento che ha unito idealmente le due sponde della diocesi.
In molti, tra i banchi della chiesa veronese, stringono tra le mani copie del messaggio che don Francesco aveva lasciato, quasi a cercare in quelle righe una risposta al dolore o una traccia per orientarsi in un futuro improvvisamente più vuoto.
Il messaggio che emerge da questa doppia tragedia, per come è stato accolto e interpretato dalla gente, non è quindi quello della rassegnazione, ma di una sfida lanciata ai vivi: quella di non lasciar spegnere l'entusiasmo e la dedizione che hanno contraddistinto le loro brevi esistenze.
L'eredità più autentica, come suggerito da don Enrico Gaetan, è quella di raccogliere il testimone di una "follia" che si traduce in impegno civile e spirituale, nella capacità di stupirsi ancora davanti alla vita e di mettersi al servizio degli ultimi, come amava fare Francesco, o di portare avanti con leggerezza la gioia dell'animazione, come faceva Alberto.
In un'epoca spesso segnata dall'indifferenza e dalla frammentazione, la partecipazione corale di queste giornate rappresenta forse il più bel tributo che una comunità potesse offrire ai suoi due figli, dimostrando che la loro scintilla ha già acceso un fuoco destinato a durare.




