L’inchiesta di Milano e quei settanta calciatori nei party con le escort tra locali chic e “droga della risata”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Non è un’espressione giornalistica, né un’esagerazione da titolo di cronaca: il numero degli atleti professionisti finiti nel registro degli atti della Procura di Milano, seppur come semplici frequentatori e non come indagati, tocca quota settanta. A fornire il dato, scrivono le agenzie di stampa citando fonti vicine al fascicolo, sono gli accertamenti della Guardia di Finanza che da mesi, sotto il coordinamento della procuratrice aggiunta Bruna Albertini, monitorano i flussi finanziari e le abitudini notturne legate alla Ma.De, un’agenzia di eventi con sede operativa a Cinisello Balsamo. È da un edificio di via don Guanella – una costruzione in mattoni rossi che cela una discoteca abusiva e alloggi per le ragazze – che il sodalizio criminale, secondo l’accusa, gestiva un giro di prostituzione di lusso destinato a una clientela esclusiva, in cui spiccano i nomi – coperti da omissis nel provvedimento – di giocatori di Inter, Milan, Juventus, Verona, Torino, Sassuolo e Monza.

Un business da oltre un milione di euro e il “servizio dopopartita”

A tenere banco, nelle intercettazioni e nei tabulati bancari finiti sotto sequestro, è la cifra di 1,2 milioni di euro ritenuta il profitto illecito del sodalizio; una parte consistente di quella somma, quasi 450 mila euro, arriva direttamente dai bonifici effettuati dai calciatori. Questi ultimi, lungi dall’essere meri partecipanti alle serate, risultano essere i finanziatori del meccanismo, anche se nessuno di loro, va ribadito, è indagato per reati sessuali. Il “pacchetto” offerto dagli organizzatori – quattro le persone finite ai domiciliari, tra cui Emanuele Buttini e Deborah Ronchi, considerati i “dominus” della società – era pensato per il dopopartita: una serata in uno dei locali più esclusivi della movida meneghina, la presenza di una compagna (spesso una giovanissima escort, italiana o dell’Est Europa) e la disponibilità di alcol a volontà, il tutto condito da una sostanza particolare che torna ossessivamente nei dialoghi investigativi.

La “droga della risata” e il caso della gravidanza indesiderata

Si tratta del protossido di azoto, volgarmente noto come “gas esilarante” o “droga del palloncino”. La sua pericolosità, in questo contesto, non risiede solo negli effetti collaterali per la salute, ma nella sua natura “invisibile” per i controlli: essendo una sostanza non tracciabile nei comuni test antidoping, rappresenta una tentazione silenziosa per atleti sottoposti a rigidi protocolli. Le carte dell’inchiesta rivelano un retroscena umano, quello di una delle ragazze coinvolte che, in una telefonata del 4 dicembre scorso, confessa a uno degli organizzatori di essere rimasta incinta dopo un rapporto con un cliente. «Ho appena fatto il test e sono incinta… da più di tre settimane. Quindi è di…», si legge nel verbale, un frammento che restituisce la crudezza di un fenomeno in cui le giovani, alcune delle quali ospitate nella struttura di Cinisello, trattenevano solo una minima parte del denaro versato dai vip.

Nomi oscurati e lo sguardo della giustizia

Il provvedimento del gip Chiara Valori, pur descrivendo con dovizia di particolari le dinamiche degli incontri – che avvenivano in locali come il Pineta Luxury Club o il Just, rimasti estranei alle contestazioni – ha scelto la strada della riservatezza sui nominativi degli sportivi. Un’opzione obbligata, visto che per il momento nei loro confronti non è stata ipotizzata alcuna violazione penale; l’inchiesta punta il mirino sullo sfruttamento e il favoreggiamento, reati ascritti a chi organizzava e traeva profitto dalla rete di contatti. Tra i clienti non mancava qualche volto noto della Formula 1 – un pilota che “cerca una tipa a pagamento” viene intercettato mentre chiede favori alla struttura – ma il cuore dell’affare restavano i riflettori del calcio che conta, costretto ancora una volta a fare i conti con le zone d’ombra dei propri campioni.

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