The Italian Sea Group, si dimettono presidente e vicepresidente. Lascia anche la consigliera Tadini, è scontro sull’ad Costantino
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Redazione Economia
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Il consiglio di amministrazione di The Italian Sea Group, il gruppo nautico di lusso con sede a Marina di Carrara e quotato su Euronext Milan, si è improvvisamente assottigliato nel giro di poche ore, in una bufera che mescola crisi industriale e tensioni ai piani alti della governance. Giovedì, con una mossa a sorpresa che ha spiazzato gli osservatori e gettato ulteriore benzina sul fuoco di una situazione finanziaria già incandescente, Filippo Menchelli ha rassegnato la propria rinuncia irrevocabile alla carica di membro e presidente del CdA, oltre che di datore di lavoro; contestualmente, Marco Carniani ha fatto altrettanto, lasciando il ruolo di vicepresidente e quello, delicatissimo, di dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari. Le dimissioni, si apprende da fonti vicine alla società, sono state comunicate con efficacia immediata, e a stretto giro di posta, nella giornata di venerdì, è arrivata anche la lettera di addio di Laura Angela Tadini, consigliera indipendente che sedeva nei comitati Controllo Rischi e Nomine. La sua uscita, a differenza delle altre, è motivata formalmente da una divergenza di vedute con il resto del board sulle modalità operative per gestire la tempesta e, in particolare, sulla nomina del nuovo datore di lavoro che subentrasse a Menchelli, un passaggio che Tadini ha dichiarato di non condividere e che l’ha convinta dell’impossibilità di proseguire il mandato.
Se ne vanno, loro, con le carte bollate e le accuse incrociate. Menchelli e Carniani, infatti, non si sono limitati a firmare le dimissioni, ma hanno voluto motivarle per iscritto, e lo hanno fatto con una durezza che lascia poco spazio a interpretazioni diplomatiche: hanno dichiarato di agire a tutela della propria onorabilità e professionalità, contestando integralmente quanto riferito dall’amministratore delegato Giovanni Costantino durante la riunione del consiglio del 18 febbraio – quella in cui si è preso atto del dissesto di cassa – e smentendo la versione verbalizzata dei fatti. I due ex vertici hanno inoltre fatto sapere che avvieranno verifiche autonome sulla gestione societaria degli ultimi anni, con riserva di rendere note le risultanze, e Carniani ha specificato, per quanto lo riguarda, di aver lasciato l’incarico di dirigente preposto per giusta causa. La replica del gruppo, per voce dello stesso Costantino, non si è fatta attendere ed è stata altrettanto tranchant: TISG contesta fermamente le ricostruzioni dei dimissionari, bollandole come infondate e non rispondenti al vero, e annuncia che procederà a un accertamento puntuale dei fatti per tutelare la società e i suoi azionisti, riservandosi ogni iniziativa legale. Il consiglio, riunitosi venerdì, ha già provveduto a eleggere all’unanimità Giovanni Costantino come nuovo presidente, accentrando così ulteriormente i poteri.
La crisi di liquidità che tiene col fiato sospeso l’indotto apuano
Mentre al vertice volano gli stracci e si rincorrono le querele, a terra la situazione è fatta di numeri che non tornano e di stipendi che tardano ad arrivare. The Italian Sea Group, che opera con i marchi Admiral, Tecnomar, Perini Navi e Picchiotti, è alle prese con una crisi di liquidità esplosa dopo l’emersione di extracosti non preventivati nella maggior parte delle commesse in corso: un ammanco che ha eroso la marginalità operativa e prosciugato la cassa, nonostante le commesse stesse vengano portate avanti regolarmente. A fine febbraio, per tamponare l’emergenza, l’azionista di maggioranza Gc Holding – che fa capo proprio a Costantino – ha erogato un finanziamento soci di 25 milioni di euro, un prestito che verrà rimborsato entro il 2032 ma che, nelle intenzioni dichiarate, dovrebbe servire ad attendere la ripresa del mercato, testimoniata dalla recente acquisizione di due commesse per gigayacht sopra gli ottanta metri. Contestualmente, è partita una due diligence affidata a una primaria società di revisione per fare luce sulle cause di questi extracosti, una mossa che i sindacati, tuttavia, giudicano tardiva e che lascia aperti molti interrogativi.
Sul territorio, la preoccupazione è palpabile e cresce di giorno in giorno. La crisi del gruppo, infatti, non riguarda solo i 560 dipendenti diretti, ma si riverbera come un’onda d’urto su un indotto che conta oltre 1.500 addetti: aziende piccole e medie che vivono delle commesse del cantiere e che, a loro volta, lamentano ritardi nei pagamenti e rischiano di vedere interrotta la filiera produttiva. Fim, Fiom e Uilm, dopo aver proclamato uno stato di agitazione, hanno dato vita a un primo sciopero con presidio lo scorso 25 febbraio, e ora attendono la convocazione del tavolo istituzionale annunciato dalla sindaca di Carrara Serena Arrighi, un confronto che si preannuncia teso e decisivo per capire se e come si potrà scongiurare una crisi occupazionale di vaste proporzioni in un distretto strategico per la nautica italiana. I lavoratori, dal canto loro, denunciano ritardi non solo sugli stipendi correnti, ma anche sul versamento del Tfr e dei contributi alla sanità integrativa, un quadro che, unito allo stallo sulle trattative per il contratto di secondo livello, alimenta un clima di incertezza e sfiducia verso il futuro dell’azienda.




