Molestie in ospedale, lo sfogo della prima vittima: «Quell’uomo poteva essere fermato. Io lasciata sola, questa non è giustizia»
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Redazione Interno
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«Ho denunciato subito perché non capitasse ad altre ragazze. Invece è successo di nuovo, e ora c’è un’altra persona che soffre». La voce – è il caso di dirlo – di chi per prima ha avuto il coraggio di rompere il silenzio arriva ora, a distanza di mesi, mentre il fascicolo della Procura si arricchisce di un secondo nome, un’altra paziente ricoverata. La giovane, ventidue anni all’epoca dei fatti, racconta di aver subito molestie sessuali nel reparto di Urologia dell’ospedale Maggiore di Bologna: un operatore socio-sanitario di quarantasei anni, oggi sospeso dal servizio per dodici mesi, si sarebbe avvicinato al suo letto approfittando della condizione di vulnerabilità legata alla degenza. Lei denunciò, spiega, proprio per scongiurare che altre vivessero lo stesso trauma. E invece, puntualizza con amarezza, «è successo di nuovo». La seconda accusa risale al 2025 e riguarda una struttura diversa, quella di San Giovanni in Persiceto, dove l’uomo era stato trasferito dall’Ausl proprio dopo il primo episodio. Un trasferimento, quest’ultimo, che getta un’ombra lunga sui protocolli interni: chi decide gli spostamenti del personale sotto inchiesta dovrebbe forse tenere conto del rischio di recidiva in un nuovo contesto assistenziale.
La misura cautelare e la doppia denuncia
La polizia ha eseguito la misura cautelare interdittiva – disposta dal gip su richiesta della Procura, con il fascicolo affidato alla pm Francesca Arienti – dopo che una seconda paziente ha presentato una denuncia dai contorni analoghi. L’indagato, incensurato fino a quel momento, si trova ora accusato di aver molestato sessualmente una donna ricoverata e, quindi, in uno stato soggettivo di fragilità che trasforma ogni approccio non consensuale in una ipotesi aggravata di violenza. La sospensione per un anno dal servizio rappresenta una misura cautelare, non una sentenza, ma il suo fondamento giuridico risiede nella necessità di allontanare il lavoratore da un ambiente – quello ospedaliero – dove le vittime potenziali non possono difendersi se non fidandosi di chi le assiste. «Non mi sono sentita creduta», aggiunge la prima ragazza, e questa frase riassume un cortocircuito doloroso: la sfiducia nell’istituzione che dovrebbe proteggere, il terrore che l’aggressore «mi venisse a cercare, e mi trovasse». Da allora, confessa, non è più riuscita a uscire da sola, è tornata a vivere con i genitori, e quello che doveva essere «il periodo più felice della mia vita» – appena dopo la laurea – si è trasformato in un incubo fatto di controlli ossessivi e chiusura volontaria.
La dinamica dei fatti e il ruolo dell’Ausl
Due episodi contestati, due strutture diverse dell’Ausl di Bologna, un solo operatore. La cronaca giudiziaria ricostruisce molestie avvenute in corsia, verosimilmente durante turni notturni o momenti in cui la sorveglianza infermieristica è minore, anche se gli atti non specificano l’ora esatta. Ciò che appare chiaro è l’abuso di una posizione di potere: l’operatore socio-sanitario (OSS) agiva in un reparto dove i pazienti sono spesso immobilizzati da cateteri, fleboclisi o dolori post-operatori. La prima ragazza dice di aver denunciato subito, senza esitazioni, nella speranza di interrompere una condotta che intuisce poter essere sistemica. Invece, lamenta, «questa non è giustizia», perché l’uomo poteva essere fermato – e, aggiunge tra le righe, avrebbe dovuto esserlo dopo la sua segnalazione. E invece si è consumata un’altra violenza, un’altra paziente ha subito quello che lei stessa aveva cercato di prevenire. L’Ausl, dal canto suo, ha espresso in una nota ufficiale «la massima vicinanza e solidarietà alle persone coinvolte», senza però entrare nel merito delle tempistiche o delle procedure interne che hanno consentito il trasferimento dell’indagato invece della sua sospensione immediata.
L’inchiesta in mano alla Procura e lo sviluppo interdittivo
La misura cautelare interdittiva – quella che allontana l’indagato dal posto di lavoro per un anno – è stata emessa dal gip dopo che la seconda denuncia ha rotto un equilibrio che la Procura evidentemente riteneva ormai insostenibile. Non si tratta di una custodia cautelare, né di un arresto: l’uomo resta libero, ma non può più accedere ai reparti né svolgere attività a contatto con pazienti. Il fascicolo, coordinato dalla pm Arienti, sta ora raccogliendo elementi consolidati: le testimonianze, le cartelle cliniche dei ricoveri, le dichiarazioni del personale sanitario che avrebbe potuto notare comportamenti anomali. La prima vittima descrive un senso di abbandono istituzionale – «io lasciata sola» – che interroga il sistema delle tutele ospedaliere. E mentre la macchina giudiziaria procede, resta sul tavolo una domanda implicita: quante altre giovani, in altri reparti, in altri ospedali, hanno taciuto per paura di non essere credute, o perché il carnefice sembrava insospettabile, e dal camice bianco emanava invece una falsa sicurezza?




