Lo stretto di Hormuz e il nodo delle 1.194 navi bloccate, tra selettività iraniana e assicurazioni alle stelle

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Quasi milleduecento navi ferme, in attesa, con i motori spenti o al minimo, in quello che è sempre stato uno dei crocevia più vitali del commercio energetico mondiale. Il numero, preciso e agghiacciante nella sua staticità, arriva dal monitoraggio costante della piattaforma Grafana e fotografa la situazione di stallo nello stretto di Hormuz: sono 1.194 le unità che stazionano nella zona, divise in una flotta eterogenea che comprende 558 petroliere, 269 portarinfuse, 165 cargo container, 69 navi per il trasporto di Gpl, 17 metaniere e 11 pure car carrier. La crisi, innescata dalle recenti ostilità tra Stati Uniti, Israele e Iran, ha di fatto reso impraticabile la via d'acqua per la maggior parte del traffico internazionale, e i numeri parlano chiaro: se prima del conflitto si contavano tra le 100 e le 135 traversate al giorno, dall'inizio di marzo, secondo i dati elaborati da Lloyd's List Intelligence, il crollo è stato verticale, con appena 89 transiti registrati nella prima metà del mese. Un paragone impietoso con l'anno precedente, quando nello stesso periodo le navi erano state 1.229.

Eppure, e qui sta la complessità della vicenda, l'idea di un blocco totale e indiscriminato va sfumandosi davanti all'evidenza di alcuni passaggi selettivi. Non è vero, insomma, che nessuno possa più transitare. Se da un lato l'Organizzazione marittima internazionale (Imo) lancia l'allarme sulla condizione di circa ventimila marittimi bloccati a bordo di tremiladuecento navi nell'intero Golfo Persico, dall'altro si moltiplicano le segnalazioni di unità, anche con bandiere occidentali, che riescono a passare. Fonti vicine agli armatori greci, ad esempio, confermano che una decina di loro petroliere hanno sfidato il blocco, spesso viaggiando nell'oscurità e con i sistemi di localizzazione spenti, in quella che qualcuno ha definito un'impresa paragonabile a "nuotare nella vasca da bagno del nemico". Un azzardo calcolato, evidentemente, che solleva interrogativi sulla reale natura del filtro imposto da Teheran. Si tratta di accordi bilaterali, magari legati alla Via della Seta e agli interessi cinesi, o semplicemente della conferma che gli iraniani intendono colpire solo gli interessi di americani e israeliani, come più volte dichiarato?

L'ipotesi più accreditata, suffragata dalle analisi di diverse testate internazionali, è che Teheran stia gestendo lo stretto come una leva geopolitica, applicando un criterio di "passaggio selettivo". In pratica, la libertà di navigazione non è più un diritto, ma un privilegio che viene concesso caso per caso, sulla base di valutazioni diplomatiche e opportunità economiche. Un alto funzionario iraniano, interpellato dalla Cnn, avrebbe lasciato intendere che il transito potrebbe essere autorizzato per un numero limitato di petroliere a patto che il carico venga pagato in yuan cinesi, una mossa che minerebbe il predominio del dollaro e rafforzerebbe l'asse con Pechino. Una teoria, questa, che troverebbe riscontro nei dati: le navi battenti bandiera cinese sono tra le poche a poter passare, anche se, a ben vedere, si tratta per lo più di portarinfuse e non delle grandi petroliere di Stato, che continuano a evitare l'area per ragioni di sicurezza e copertura assicurativa. Anche imbarcazioni pakistane e indiane, in seguito a trattative governative, sono riuscite a completare la traversata, dimostrando come la diplomazia stia giocando un ruolo chiave in questa partita a scacchi.

Premi assicurativi alle stelle e l’incognita della scorta armata

Mentre la diplomazia tesse le sue trame, il mercato si adegua con i suoi strumenti, fatti di numeri e rischi calcolati. L'effetto più immediato e tangibile del blocco selettivo, al di là delle tensioni belliche, è l'impennata vertiginosa dei costi. Passare Hormuz è diventato un lusso per pochi, non solo per questioni politiche. I premi per la guerra, le coperture assicurative aggiuntive che le navi devono stipulare per entrare in un'area dichiarata ad alto rischio, sono schizzati verso l'alto. Secondo quanto riportato dal *Financial Times*, i premi sono passati dallo 0,25% del valore dello scafo a punte del 3%: tradotto, per una nave da cento milioni di dollari, il costo di una singola traversata può arrivare a tre milioni. In alcuni casi, le assicurazioni si rifiutano addirittura di fornire copertura, costringendo gli armatori a cancellare i viaggi, e per le navi con chiari legami con Stati Uniti, Regno Unito o Israele si sono visti applicare premi fino a tre volte superiori alla media.

In questo quadro di incertezza, la promessa del presidente americano Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, di scortare le petroliere con la Marina militare non ha sortito gli effetti sperati. L'annuncio, dato prima sui social e poi in conferenza stampa, dove ha assicurato che sarebbe successo "molto presto", si è scontrato con la realtà operativa e le perplessità degli alleati. Da un lato, gli esperti di sicurezza marittima fanno notare che una scorta armata, in un'area così ristretta e satura di missili e droni, potrebbe rivelarsi controproducente, trasformando le navi da guerra americane in un bersaglio gigante e attirando il fuoco proprio sui convogli che dovrebbero proteggere. Dall'altro, il segretario generale dell'Imo, Arsenio Dominguez, ha messo in guardia: le scorte militari non possono garantire al cento per cento la sicurezza, e comunque non rappresentano una soluzione sostenibile nel lungo periodo. Non solo: alcuni paesi europei, come la Germania, hanno espresso riserve sull'idea di una coalizione navale, e persino il sostegno promesso dalla Dfc, la società finanziaria per lo sviluppo internazionale americana, è stato accolto con scetticismo dagli addetti ai lavori, apparendo più come una retorica politica per calmierare il prezzo del petrolio che un intervento concreto. Nel frattempo, i noli delle petroliere continuano a salire, superando i quattrocentonovantamila dollari al giorno per la rotta Medio Oriente-Cina, e le conseguenze economiche di questa crisi si riverberano ben oltre i confini del Golfo.

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