Referendum sulla giustizia, si vota il 22 e 23 marzo: la scheda e il quesito

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sarà un weekend, quello che inizierà domenica 22 marzo e si chiuderà nel pomeriggio del giorno successivo, a decidere le sorti di una riforma che modifica in profondità l'assetto della magistratura italiana. Le operazioni di voto per il referendum confermativo sulla legge costituzionale, voluta dal governo e approvata in via definitiva dal Parlamento nell'ottobre del 2025, prenderanno il via alle sette del mattino e proseguiranno senza interruzione fino alle undici di sera, per poi riprendere lunedì 23 dalle sette fino alle quindici. Uno scrutinio che, subito dopo la chiusura dei seggi, comincerà a delineare la volontà popolare su un pacchetto di norme che introduce la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.

Il quesito che gli elettori si troveranno davanti, frutto di una riformulazione operata dalla Cassazione a seguito di una complessa e inedita vicenda procedurale legata alla presentazione di più richieste referendarie, chiede di approvare o respingere il testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Un testo che, nella sua versione finale, ha ricevuto l'ultimo via libera dal Senato il 30 ottobre 2025, dopo un iter parlamentare che ha visto quattro letture e l'approvazione senza modifiche di un disegno di legge rimasto identico sin dalla sua prima approvazione in Consiglio dei ministri, nel maggio del 2024. La scelta dei cittadini, va ricordato, sarà secca: un solo quesito per l'intero pacchetto, senza possibilità di separare i diversi punti della riforma, che spaziano dalla creazione di due distinti Consigli superiori della magistratura all'istituzione di una nuova Alta Corte disciplinare, passando per il meccanismo di sorteggio di una parte dei componenti.

Una riforma costituzionale attesa da tempo, dai contenuti articolati

La legge costituzionale, che affonda le sue radici nel programma elettorale del centrodestra del 2022, interviene su molteplici articoli della Carta, ridisegnando i confini dell'ordinamento giudiziario. Il cuore dell'intervento, mai ritoccato durante il dibattito parlamentare e per questo oggetto di critiche da parte dell'opposizione, è rappresentato dalla separazione delle carriere: i magistrati, all'inizio del loro percorso, dovranno scegliere se intraprendere la carriera giudicante o quella requirente, senza più la possibilità, salvo casi eccezionali legati a meriti insigni e con un passaggio dinanzi alla Cassazione, di passare da un ruolo all'altro. Una modifica che i sostenitori ritengono necessaria per garantire la terzietà del giudice, sancita dall'articolo 111 della Costituzione, mentre i detrattori vi leggono il rischio di una frattura insanabile all'interno dello stesso ordine giudiziario.

Accanto a questo, la riforma prevede lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura: non più un unico organo di autogoverno, ma due consigli distinti, uno per i magistrati giudicanti e uno per i requirenti, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica. La composizione di questi organismi introduce una novità rilevante, ovvero il sorteggio per la selezione dei membri: per la componente laica, estratti a sorte da un elenco di professori ordinari in materie giuridiche e avvocati con lunga esperienza, redatto dal Parlamento; per la componente togata, estratti a sorte, rispettivamente, dall'albo dei giudici e da quello dei pubblici ministeri. Un metodo che mira a scardinare il sistema del cosiddetto "correntismo", ma che, secondo alcuni costituzionalisti, solleva interrogativi sulla rappresentatività e sulla selezione delle competenze.

L’Alta Corte disciplinare e la competenza esclusiva in materia di illeciti

Un terzo pilastro della riforma è rappresentato dall'istituzione dell'Alta Corte disciplinare, un organo chiamato a giudicare gli illeciti disciplinari dei magistrati, funzione attualmente esercitata in prima battuta dal CSM e, in sede di impugnazione, dalle Sezioni Unite della Cassazione. La nuova Corte, composta da quindici membri tra laici e togati selezionati con un complesso meccanismo che combina nomina presidenziale, sorteggio ed estrazione, avrà il compito di garantire, nelle intenzioni del legislatore, una maggiore terzietà e autorevolezza del giudizio disciplinare. Le sue decisioni, a garanzia della definitività, potranno essere impugnate solo dinanzi alla stessa Alta Corte, in una composizione diversa da quella che ha emesso la sentenza.

Il percorso che ha portato a questa consultazione è stato segnato, oltre che da un dibattito politico acceso, anche da una singolare vicenda tecnica. Il referendum era stato inizialmente indetto dal governo con un decreto del 13 gennaio 2026, basandosi sulle richieste presentate da un quinto dei membri di ciascuna Camera. Tuttavia, il termine per la presentazione di ulteriori richieste non era ancora scaduto, e il 28 gennaio 2026 è stata depositata in Cassazione una richiesta sostenuta da oltre 540mila firme di elettori. L'Ufficio centrale per il referendum della Cassazione, nel dirimere la questione, ha ammesso anche questa richiesta popolare, riformulando conseguentemente il quesito per renderlo più chiaro e indicando gli articoli della Costituzione oggetto della revisione. Una "precisazione", come è stata definita dal governo, che ha portato a un nuovo decreto del Presidente della Repubblica il 7 febbraio, convalidando di fatto le date già fissate per la votazione. Gli elettori sono dunque chiamati a esprimersi su un testo che, nel frattempo, è stato al centro di campagne referendarie sia da parte dei partiti di maggioranza, compatti nel sostenere il Sì, sia da parte di un fronte del No articolato, che vede insieme l'Associazione Nazionale Magistrati e parte delle opposizioni.

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