«Michael» al cinema, il nipote Jaafar Jackson veste i panni del re del pop tra record al botteghino e il 33% di gradimento

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   A quasi quattro anni dall’annuncio, e a più di due dall’inizio delle riprese, «Michael» – il primo film che ricostruisce la parabola artistica e umana di Michael Jackson – approda finalmente sugli schermi italiani da oggi, mercoledì 22 aprile 2026. A interpretare il re del pop, in un’operazione che mescola devozione familiare e necessità produttiva, è il giovane Jaafar Jackson: nipote del cantante e, con questa pellicola, al suo debutto assoluto nel cinema. Accanto a lui figurano Colman Domingo, Miles Teller e Laura Harrier, in un cast che cerca di bilanciare la centralità schiacciante del personaggio titolare. Il biopic, diretto da Antoine Fuqua – lo stesso di «The Equalizer» ed «Emancipation» – sceglie di non partire da subito con il volto dell’artista, ma di costruire l’attesa attraverso dettagli iconici: le scarpe nere, i calzini bianchi, la giacca militare, il ritmo di «Wanna Be Startin’ Something» che anticipa l’immagine prima ancora che la macchina da presa la mostri. Un’entrata, quella studiata da Fuqua, degna di un cardinale laico della musica pop.

Numeri da capogiro nonostante il 33% su Rotten Tomatoes

Le stime di box office, raccolte a pochi giorni dal debutto mondiale, raccontano una sceneggiatura opposta a quella delle recensioni. Secondo le ultime proiezioni, «Michael» è atteso verso un incasso globale di circa 150 milioni di dollari nel solo weekend di apertura, con un netto rialzo rispetto alle previsioni delle settimane precedenti. Negli Stati Uniti il film dovrebbe aprire tra i 65 e i 70 milioni, mentre il mercato internazionale – trainato in larga parte dall’Europa e dall’Asia – potrebbe aggiungerne altri 75. Un debutto che rischierebbe di riscrivere i record del genere biografico musicale, se non fosse accompagnato da un dato dissonante: il 33% di gradimento aggregato su Rotten Tomatoes. Una frazione, quella dei recensori favorevoli, che tradisce un giudizio severo sulla struttura narrativa e sulla gestione delle zone d’ombra della vita di Jackson, ma che non sembra scalfire l’appetito del pubblico.

La musica come vera protagonista, la somiglianza che sorregge il racconto

Dentro «Michael», a fare da contrappeso a eventuali fragilità sceneggiature, rimane soprattutto la colonna sonora – e la straordinaria somiglianza fisica di Jaafar Jackson con lo zio. Il giovane attore, che di mestiere è anche cantante, riesce a restituire non solo i tratti del volto ma alcune movenze irripetibili del re del pop, quelle che hanno reso ogni sua apparizione un evento coreutico prima ancora che musicale. Il film ripercorre la vita di successi a partire dall’infanzia e dall’ascesa senza precedenti dei Jackson 5, e lo fa affidandosi per larghi tratti alle hit del periodo d’oro: un risultato che è, di fatto, un testamento dell’efficacia e della riuscita di quelle canzoni. La colonna sonora, va detto, non sarà disponibile in digitale e in formato fisico prima del 24 aprile, e comprenderà anche alcune edizioni da collezione degli LP originali di Jackson.

Una prima europea già andata in scena, l’attesa per il botteghino italiano

La prima europea di «Michael» si è tenuta nel weekend scorso, anticipando di qualche giorno l’arrivo nelle sale del Vecchio continente. In Italia, dove il fenomeno Jackson ha sempre avuto un seguito vasto e trasversale, le prevendite hanno mostrato una crescita costante nelle ultime due settimane. Non si registrano al momento particolari intoppi distributivi, né controversie giudiziarie parallele che abbiano riacceso l’attenzione dei media sui procedimenti passati legati alla figura del cantante. Il film – lo si legge nelle recensioni già pubblicate – vive di un paradosso: emoziona soprattutto quando tace, e quando lascia che sia la musica a parlare. La regia di Fuqua, in questo senso, si fa da parte nei momenti migliori, limitandosi a inquadrare Jaafar mentre si muove come Michael, senza bisogno di aggiungere parole. Un biopic, insomma, che rischia di funzionare meglio come concerto filmato che come saggio critico.

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