L’arresto di Andrew Mountbatten-Windsor, il fratello del re finito in custodia per lo scandalo Epstein

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La notizia, pur attesa negli ambienti investigativi britannici che da mesi setacciavano i cosiddetti Epstein files, ha assunto i contorni di una cesura storica quando giovedì mattina una colonna di sei veicoli civili, priva di insegne, ha varcato i cancelli della tenuta di Sandringham per prelevare Andrew Mountbatten-Windsor. Il fratello di re Carlo III, che proprio quel giorno compiva sessantasei anni, è stato sottoposto a fermo con l’accusa di misconduct in public office, un reato che nel codice penale inglese configura l’abuso o la violazione dei doveri inerenti a una funzione pubblica -2-4. Dopo undici ore di interrogatorio presso la stazione di polizia di Aylsham, e mentre gli agenti davano il via a perquisizioni che dalla sua attuale residenza nel Norfolk si sono estese alla Royal Lodge nel Berkshire – la storica dimora che era stato costretto a lasciare – per Mountbatten-Windsor è scattato il rilascio under investigation, una formula procedurale che lo mantiene formalmente indagato senza l’applicazione di misure cautelari, ma che non esclude un futuro rinvio a giudizio -1-6. Il fulcro dell’inchiesta, condotta dalla Thames Valley Police, si concentra su un aspetto distinto dalle pregresse e note accuse di natura sessuale avanzate da Virginia Giuffre, che pure avevano portato a una transazione milionaria e alla sua definitiva uscita dalla scena pubblica -4.

L’elemento di novità, emerso con forza dalla desecretazione di documenti avvenuta negli Stati Uniti su impulso del Dipartimento di Giustizia, riguarda la presunta divulgazione di informazioni riservate. Nel periodo compreso tra il 2010 e il 2011, quando Andrea ricopriva l’incarico di inviato speciale per il commercio internazionale del governo di Sua Maestà, egli avrebbe condiviso con Jeffrey Epstein, il finanziere morto suicida in carcere nel 2019 mentre scontava una pena per reati sessuali, resoconti dettagliati e documenti sensibili relativi ad alcune missioni ufficiali compiute in Asia, in particolare in Vietnam, Singapore e nella provincia afghana di Helmand -3-7. Le email sequestrate all’epoca e ora tornate alla luce proverebbero quindi un flusso di comunicazioni confidenziali tra l’ex duca di York e l’amico faccendiere, un passaggio di informazioni che, agli occhi degli inquirenti, avrebbe violato i protocolli di sicurezza cui era tenuto un rappresentante della Corona in missione diplomatico-commerciale -7. Si tratta, come è evidente, di un profilo d’indagine che sposta l’asse dello scandalo dalla sfera dei costumi personali a quella della sicurezza nazionale e della corruzione istituzionale, aggravando ulteriormente la posizione di un membro della famiglia reale ormai privato di tutti i titoli e relegato ai margini della vita di corte.

La reazione di Buckingham Palace, filtrata attraverso una nota attribuita al sovrano, è apparsa misurata nei toni ma inequivocabile nella sostanza: Carlo III ha dichiarato di aver appreso la notizia con la «più profonda preoccupazione», aggiungendo che quanto deve seguire è il «processo pieno, giusto e appropriato» con cui la questione sarà vagliata dalle autorità competenti, alle quali ha assicurato «pieno e incondizionato sostegno e cooperazione» -6-9. Una presa di distanza netta, che alcuni osservatori hanno letto come il tentativo di erigere un argine tra l’istituzione monarchica e le azioni del singolo, evitando che la crisi possa travolgere quanto resta della credibilità della Corona. Fonti vicine a palazzo hanno precisato che né il re né i suoi più stretti collaboratori erano stati informati preventivamente dell’operazione di polizia, alla quale la National Police Chiefs’ Council avrebbe dato notizia al ministero degli Interni con appena mezz’ora di anticipo, seguendo una prassi riservata ai casi di massimo profilo -1. Nel frattempo, mentre le perquisizioni alla Royal Lodge proseguivano per il secondo giorno consecutivo con l’obiettivo di sequestrare altra documentazione cartacea e informatica, il governo laburista di Keir Starmer – che nei giorni precedenti aveva tenuto a sottolineare come «nessuno sia al di sopra della legge» – osservava gli sviluppi senza commenti ufficiali, consapevole delle implicazioni diplomatiche e interne di un caso che coinvolge un familiare del capo dello Stato -2-3.

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