Il tesoro americano usa la Fed per salvare lo yen: operazione senza precedenti che scatena un terremoto valutario
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Redazione Economia
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L'irruzione della Federal Reserve sul mercato dei cambi, con la vendita di euro per l'acquisto massiccio di yen giapponesi, ha assunto i contorni di un'operazione finanziaria tanto inedita quanto dirompente. Un'azione che, stando alle ricostruzioni, sarebbe stata ordinata direttamente dal Segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, scavalcando di fatto le consuete prassi istituzionali che vorrebbero la banca centrale operare in piena autonomia rispetto all'esecutivo.
A rendere ancora più spinosa la vicenda è la circostanza che la Banca Centrale Europea non sia stata preventivamente informata di una mossa che, utilizzando le riserve in euro della Fed, finisce per avere un impatto diretto sulla moneta unica e, più in generale, sugli equilibri valutari globali.
Una decisione politica per evitare che il Giappone venda i titoli del Tesoro americano
La ratio sottostante a questa scelta, che ha prodotto un rafforzamento dello yen di circa l'8% nell'arco di pochissimi giorni, affonda le proprie radici in una logica di pura realpolitik economica. L'amministrazione Trump, di cui Bessent è un esponente di primo piano, ha valutato come prioritario sostenere la moneta giapponese per scongiurare lo spettro di una reazione a catena che avrebbe potuto mettere in serio pericolo gli stessi interessi americani.
Il nodo cruciale risiede nella posizione del Giappone come uno dei maggiori detentori di titoli del debito pubblico statunitense; un eventuale, massiccio ricorso alla vendita di quei bond da parte di Tokyo, per tamponare la crisi dello yen e sostenere la propria economia, avrebbe innescato un rialzo dei rendimenti americani con conseguenze potenzialmente devastanti per il mercato obbligazionario a stelle e strisce.
L'intervento della Fed, quindi, si configura come un'operazione di salvataggio dall'ennesima, paradossale crisi che vede gli Stati Uniti costretti a venire in soccorso del Giappone per salvare, in realtà, la propria pelle e la stabilità dei propri conti pubblici.
La debolezza strutturale dello yen tra tassi e debito pubblico
Per comprendere la portata dell'azione congiunta, seppur non formalmente coordinata, è necessario riavvolgere il nastro e osservare il contesto che ha condotto allo yen ai minimi storici. Alla fine dello scorso luglio, il biglietto verde aveva toccato quota 160 yen, un livello che non si vedeva da quarant'anni e che rappresentava una vera e propria débâcle per la valuta nipponica.
Questa caduta libera era stata alimentata da un duplice fattore: da un lato, il differenziale dei tassi di interesse tra Stati Uniti e Giappone, con la Fed che manteneva il costo del denaro tra il 3,50% e il 3,75% contro l'1% circa della Banca del Giappone, rendendo i rendimenti americani estremamente più attraenti per gli investitori; dall'altro, le crescenti preoccupazioni per la sostenibilità di un debito pubblico giapponese che supera abbondantemente il 200% del prodotto interno lordo, un fardello reso ancora più pesante dai programmi fiscali espansivi annunciati dall'esecutivo guidato
Dalla premier Sanae Takaichi.
L'efficacia temporanea dell'intervento e il ritorno alla tensione
L'iniezione di liquidità in yen da parte delle autorità statunitensi, sommandosi agli interventi diretti della Banca del Giappone, aveva inizialmente sortito l'effetto desiderato, ossia quello di allentare la morsa speculativa sulla moneta nipponica e di riportare il cambio USD/JPY su livelli meno critici. Il sollievo per i mercati, tuttavia, si è rivelato di durata assai limitata.
A distanza di pochi giorni dall'operazione straordinaria, il biglietto verde è tornato a guadagnare terreno sullo yen, riportando il tasso di cambio verso l'alto e vanificando in parte gli sforzi congiunti delle due banche centrali. Questa rapidissima inversione di tendenza ha messo in luce la fragilità intrinseca di interventi di questo tipo, i quali, per quanto imponenti, non sono in grado di correggere gli squilibri strutturali che determinano la debolezza di una valuta.
L'attesa del mercato per le prossime mosse della Banca del Giappone
Il mercato, ora, ha nuovamente spostato l'attenzione sulle prossime decisioni di politica monetaria della Banca del Giappone. L'intervento della Federal Reserve, orchestrato dal Tesoro americano, non ha fatto altro che confermare come l'unica leva in grado di offrire un sostegno duraturo allo yen sia rappresentata da un inasprimento della politica monetaria interna. Gli operatori attendono quindi segnali più chiari da parte dell'istituto guidato da Kazuo Ueda riguardo a possibili rialzi dei tassi o, quanto meno, a un graduale abbandono delle politiche di controllo della curva dei rendimenti.
In assenza di un cambio di rotta deciso da parte di Tokyo, ogni intervento esterno, per quanto eclatante come quello appena messo in scena, rischia di rivelarsi un palliativo temporaneo, destinato a soccombere di fronte alle forze di mercato che continuano a premiare il dollaro e a penalizzare lo yen.
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