Myanmar, estratto vivo dalle macerie a cinque giorni dal sisma. Bilancio vicino ai 2.900 morti
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Redazione Esteri
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Naypyidaw, 2 apr. – Un uomo di 26 anni è stato estratto vivo dalle macerie dell’Aye Chan Thar Hotel, nella capitale birmana, dove era rimasto intrappolato per cinque giorni dopo il terremoto che ha devastato il paese. Il miracoloso ritrovamento, accolto dall’applauso dei soccorritori locali e turchi, non basta a offuscare un bilancio sempre più drammatico: 2.886 morti accertati, 4.639 feriti e 373 dispersi, secondo le ultime stime.
La scossa di magnitudo 7.7, registrata alle 12:51 di venerdì 28 marzo lungo la faglia di Sagaing, ha lasciato dietro di sé non solo distruzione ma anche interrogativi sulla fragilità di un territorio già martoriato da decenni di instabilità. Se l’epicentro è stato localizzato nel nord del Myanmar, gli effetti si sono propagati fino alla Thailandia, dove un grattacielo è crollato a Bangkok, a oltre mille chilometri di distanza.
Quello che emerge, però, è un quadro in cui la catastrofe naturale si intreccia con una crisi politica senza fine. La giunta militare, al potere dal colpo di stato del 2021, sta ostacolando gli aiuti internazionali, complicando ulteriormente le operazioni di soccorso in aree già isolate dalla guerra civile. Le squadre di emergenza faticano a raggiungere i villaggi più remoti, mentre i sopravvissuti, privi di acqua e medicine, attendono invano sostegno.
L’analisi geologica della faglia di Sagaing spiega solo in parte la violenza del sisma, che ha rilasciato un’energia accumulata in secoli di tensioni tettoniche. Ma a rendere tutto più tragico è la mancanza di infrastrutture adeguate, con edifici costruiti senza criteri antisismici e un sistema di allerta pressoché inesistente.




