Giustizia in sciopero, il fronte dei precari e il nodo dei 9mila posti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’intero comparto del ministero della Giustizia, dalle segreterie dei tribunali agli uffici dell’Amministrazione penitenziaria, incrocerà le braccia venerdì 5 dicembre in uno sciopero nazionale che intende accendere i riflettori su quella che la Fp Cgil definisce, senza mezzi termini, una «scelta politica consapevole» di smantellamento. L’astensione dal lavoro, che si concretizzerà anche attraverso presidi come quello annunciato davanti al Palazzo di Giustizia di Palermo dalle 9.30 alle 13, nasce da un malcontento stratificato che tocca sia le carenze strutturali croniche, sia una questione più immediata e drammatica: il futuro incerto di dodicimila lavoratori assunti con fondi del Pnrr.

L'ufficio per il processo e la spada di Damocle della stabilizzazione

Proprio questi ultimi, quelli impiegati nell’Ufficio per il processo – uno strumento che, come si sottolinea, ha di fatto contribuito a velocizzare le procedure e a ridurre i tempi dei processi – incarnano la contraddizione più plateale. Di loro, infatti, novemila vedranno scadere il proprio contratto a tempo determinato a luglio del 2026, senza che al momento si intraveda, da parte del governo, una volontà di stabilizzazione. Una prospettiva che getta un’ombra lunga non solo sulle vite personali di migliaia di persone, ma anche sull’efficienza stessa della macchina giudiziaria, la quale, privata di tali risorse, rischierebbe un brusco arretramento dopo i timidi progressi degli ultimi anni.

La protesta si radica in una crisi sistemica e annunciata

La mobilitazione, come emerso chiaramente nell’assemblea regionale organizzata dalla Fp Cgil Lombardia al Tribunale di Milano, non nasce quindi da una contingenza isolata. Essa affonda le radici in quello che i sindacati interpretano come un «arretramento duraturo» delle condizioni del sistema, un deterioramento progressivo che investe la copertura degli organici e la dotazione strumentale. «L’efficienza del sistema giudiziario», si legge nella nota della Fp Cgil di Piacenza, che aderisce allo sciopero, «si assicura garantendo la copertura e la valorizzazione degli organici, attraverso dotazioni strumentali adeguate, ma nei fatti e nella Finanziaria il Governo non risponde su nulla». Un’accusa netta, che trasforma la protesta dei dipendenti in una battaglia per la tenuta di un servizio pubblico fondamentale.

Un allarme che supera i confini del palazzo

La posta in gioco, come sottolineato dalla coordinatrice nazionale Felicia Russo, viene dunque elevata a un piano differente, che travalica le pur legittime rivendicazioni categoriali. Il punto critico raggiunto dal ministero, si sostiene, «non riguarda più solo chi ci lavora: incide sulla tenuta democratica del Paese». Una dichiarazione che colloca lo sciopero del 5 dicembre in un quadro di conflitto sociale ampio, dove la qualità della giustizia amministrata si intreccia inestricabilmente con i diritti dei lavoratori e con le scelte di bilancio, in un momento in cui la maggior parte delle risorse straordinarie del Pnrr sembrano destinate a esaurirsi senza lasciare un’eredità strutturale in uno dei settori più delicati.

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