La guerra si allarga, colpita base britannica a Cipro. Nuovo fronte israeliano in Libano contro Hezbollah: si contano decine di morti e feriti
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Redazione Esteri
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La notte appena trascorsa ha segnato un’ulteriore, drammatica escalation nel conflitto mediorientale, con le Forze di Difesa israeliane che hanno ufficialmente aperto un secondo fronte contro Hezbollah in Libano, innescando una reazione a catena che ha visto coinvolti, loro malgrado, anche altri attori internazionali. L’operazione militare, che secondo fonti citate dallo stato maggiore avrà una durata di “molti giorni” e potrebbe includere anche una fase terrestre, ha già provocato un bilancio provvisorio di almeno trentuno vittime civili e centoquarantanove feriti, concentrati soprattutto nella periferia sud di Beirut e in diverse località del Libano meridionale. La risposta di Tel Aviv, arrivata poche ore dopo il lancio di razzi e droni dal territorio libanese verso Haifa e il nord di Israele, è stata immediata e di una violenza inaudita, con raid che hanno preso di mira non solo postazioni militari ma anche aree densamente popolate, causando lo sfollamento di migliaia di famiglie in fuga dalle zone calde.
Questo allargamento del teatro bellico, che si sovrappone alla già ferrea campagna congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, ha visto la rappresaglia iraniana estendersi ben oltre i confini della Repubblica Islamica. Non solo Teheran ha rivendicato il lancio di missili balistici verso obiettivi israeliani, ma le esplosioni, come confermano le agenzie internazionali, hanno continuato a susseguirsi con preoccupante frequenza in Bahrein, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, colpendo di fatto gli interessi americani nell'area del Golfo. La notizia che ha destato maggiore allarme in Europa, tuttavia, riguarda l’attacco alla base aerea britannica di Akrotiri, a Cipro, centrata da un drone Shahed di fabbricazione iraniana che ha provocato danni materiali, seppur lievi, e costretto il personale non essenziale a lasciare la struttura. Un evento, quest’ultimo, che dimostra come il conflitto stia ormai valicando i confini tradizionali del Medio Oriente, assumendo una dimensione potenzialmente globale: Londra aveva infatti da poco autorizzato Washington a utilizzare le proprie basi cipriote per lanciare attacchi difensivi contro i missili di Teheran, e la risposta non si è fatta attendere.
La posizione iraniana tra attacchi e aperture
Nonostante la durezza degli scontri, che hanno visto le forze armate statunitensi subire le prime perdite ufficiali di soldati sul campo, dalla leadership iraniana giungono segnali contrastanti che rendono il quadro ancora più complesso da interpretare. Se da un lato il capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Ali Larijani, ha pubblicamente escluso qualsiasi possibilità di negoziato con l’amministrazione Trump, accusata di aver “fatto precipitare la regione nel caos”, dall’altro lo stesso presidente americano ha dichiarato in un’intervista di essere pronto al dialogo con la nuova dirigenza iraniana, riferendo che ci sarebbero state delle aperture in tal senso. Una linea di faglia, quella interna a Teheran, che si inserisce in un momento di oggettiva debolezza istituzionale, segnato dall’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, rivendicata dallo stesso Trump in un post sui social, una circostanza che ha gettato lo scompiglio nei ranghi dei Pasdaran e costretto il governo a dichiarare quaranta giorni di lutto nazionale.
Mentre i vertici iraniani minacciano una rappresaglia senza precedenti, sul campo la macchina da guerra israeliana continua a macinare obiettivi. Le operazioni delle Idf, concentrate ora anche sul suolo libanese, mirano a decapitare la leadership di Hezbollah e a distruggerne le infrastrutture militari, con una strategia che, secondo un funzionario israeliano citato dalla stampa, procederebbe più velocemente del previsto. Gli attacchi non si limitano ai due fronti principali: forti esplosioni sono state udite nelle vicinanze dell’aeroporto iracheno di Erbil, che ospita le truppe della coalizione a guida americana, e i sistemi di difesa aerea sono stati ripetutamente attivati per intercettare droni in avvicinamento. Una dispersione geografica del conflitto che complica enormemente gli sforzi di difesa, mettendo a dura prova gli alleati regionali degli Stati Uniti, dal Kuwait al Bahrein, dove le sirene antiaeree sono ormai all’ordine del giorno e le ambasciate americane hanno esortato i cittadini a rifugiarsi in luoghi protetti.
Reazioni e conseguenze immediate sul terreno
Il governo libanese, nel frattempo, ha cercato di prendere le distanze dalle azioni di Hezbollah, con il premier che ha definito il lancio di razzi verso Israele un “atto irresponsabile e sospetto” che rischia di esporre l’intero Paese a ulteriori rappresaglie. Una posizione, quella di Beirut, resa però estremamente fragile dalla presenza capillare del partito-milizia sciita sul territorio e dalla sua capacità di decidere i tempi della guerra. La comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione l’allargarsi del conflitto: se la Cina ha consigliato ai propri cittadini di lasciare immediatamente l’Iran, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha fatto sapere di non poter più verificare lo stato delle strutture nucleari iraniane colpite dai raid, rievocando lo spettro di una proliferazione incontrollata. E mentre i mercati registrano un’impennata del prezzo del petrolio, che ha già superato il tredici per cento, resta in piedi la domanda sulla reale durata dell’operazione: Trump ha parlato di almeno quattro settimane di combattimenti, un lasso di tempo sufficiente a ridefinire completamente gli equilibri di una regione ormai in fiamme.




