Aie, i governi accelerano sul rilascio delle scorte: priorità al diesel

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Redazione Economia Redazione Economia   -   I paesi membri dell'Agenzia internazionale dell'energia hanno manifestato il proprio sostegno all'accelerazione dei rilasci di scorte petrolifere decisi con l'azione collettiva dello scorso marzo, con l'obiettivo dichiarato di completare le operazioni nel minor tempo possibile.

È quanto emerge dalla dichiarazione diffusa dal direttore esecutivo Fatih Birol al termine della riunione odierna, nella quale i rappresentanti hanno inoltre convenuto di dare priorità, per quanto le condizioni lo consentano, al rilascio delle scorte di gasolio, materia prima che sta mostrando le maggiori tensioni sui mercati internazionali.

Il quadro delle scorte italiane

L'Italia dispone di un sistema di riserve obbligatorie che, secondo i calcoli applicati dal ministero dell'Ambiente e della Sicurezza energetica, copre novanta giorni di mancate importazioni nette, equivalenti a poco meno di dieci milioni di tonnellate di petrolio. Il decreto firmato per l'anno scorta 2026 ha previsto una riduzione temporanea del livello delle scorte di sicurezza del 19,77 per cento per il periodo compreso tra luglio e dicembre, una misura legata proprio al rilascio coordinato deciso in primavera per fronteggiare la crisi dello Stretto di Hormuz.

Alla metà di settembre, l'Organismo centrale di stoccaggio italiano custodiva circa 2,3 milioni di tonnellate di scorte specifiche, tra cui gasolio, benzina e carburante per aviazione, con i depositi maggiori di gasolio concentrati a Gaeta e Volpiano.

Le ragioni della priorità al diesel

La scelta di concentrare i rilasci sul gasolio riflette una carenza strutturale che va oltre la congiuntura geopolitica. L'Europa ha progressivamente ridotto la propria capacità di raffinazione: secondo i dati diffusi da FuelsEurope, dal 2009 hanno chiuso trentacinque impianti, con una contrazione della capacità complessiva del venti per cento. Il risultato è una dipendenza crescente dalle importazioni di prodotto finito, in particolare per il diesel e il jet fuel, che rende il continente vulnerabile ogni volta che le rotte commerciali si interrompono o la domanda globale si surriscalda.

A questo si aggiunge la riduzione delle esportazioni russe di gasolio, che ha contribuito ad alimentare la tensione sui prezzi a livello mondiale.

Prezzi e previsioni

Sul fronte delle quotazioni, il Brent si mantiene al di sopra dei cento dollari al barile, con punte vicine ai 106 dollari registrate nei giorni scorsi, mentre il WTI oscilla intorno ai novanta dollari. L'agenzia statunitense per l'informazione sull'energia ha rivisto al rialzo le proprie stime, indicando una media di 98 dollari al barile per l'anno in corso, con un quarto trimestre atteso intorno ai 105 dollari.

Le scorte di distillati sulla costa orientale degli Stati Uniti sono scese del trentadue per cento rispetto alla media stagionale del quinquennio precedente, un livello che l'agenzia prevede rimarrà inferiore alla norma per tutto l'inverno. In Italia, le rilevazioni del Mimit indicano prezzi medi del gasolio in modalità self intorno ai 2,25 euro al litro, con i distributori indipendenti che segnalano il rischio di ulteriori rincari qualora le tensioni sulle forniture non si allentino.

Le implicazioni per la raffinazione nazionale

Il sistema italiano della raffinazione ha mostrato una certa capacità di adattamento: secondo i dati Unem, la produzione degli impianti è passata da una media del 77 per cento nel primo semestre all'86 per cento ad agosto, un incremento favorito anche dal miglioramento dei margini di lavorazione. Le dieci raffinerie operative sul territorio nazionale, con una capacità complessiva di 83,3 milioni di tonnellate annue, hanno aumentato la produzione di cherosene per far fronte alla domanda del trasporto aereo, evitando ripercussioni sulle compagnie.

Resta tuttavia il nodo della proprietà: gran parte degli impianti principali è controllata da gruppi esteri, dall'azera Socar alla svizzera Vitol, all'algerina Sonatrach, circostanza che limita il margine di manovra delle autorità italiane nel governare i flussi di prodotto raffinato.

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