Il cancelliere tedesco Merz esce sconfitto dal vertice Ue, mentre Meloni guida la nuova alleanza
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Redazione Esteri
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Per settimane, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha insistito con una linea univoca, presentata come l’unica percorribile, sul fronte del sostegno finanziario all’Ucraina. La sua proposta, reiterata quasi quotidianamente fino alle ore che hanno preceduto il Consiglio europeo, ruotava in maniera quasi esclusiva attorno all’utilizzo degli asset russi congelati. Una posizione che, nonostante la determinazione con cui è stata portata avanti, si è rivelata ben presto un vicolo cieco, soprattutto di fronte alla resistenza di alcuni leader. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, seppure con minore enfasi pubblica, aveva avanzato un’ipotesi alternativa, che tuttavia non è riuscita a raccogliere il necessario consenso, mostrando le prime crepe in quella che era parsa una strategia coordinata tra Berlino e Bruxelles.
Il tono dei media tedeschi e il confronto con l’era Merkel
Il dibattito interno in Germania, nel frattempo, si è surriscaldato, con una parte significativa della stampa e della classe politica che ha innalzato ulteriormente il livello dello scontro verbale. Un esempio emblematico è arrivato dalla copertina di “Der Spiegel”, che ha ritratto i leader di Russia e Stati Uniti con tratti grotteschi, accompagnandoli con un Titolo che li definiva senza mezzi termini come una minaccia per il continente. Questo clima, che alcuni osservatori hanno definito di crescente russofobia, ha finito per irrigidire la posizione negoziale di Merz, il quale si è trovato a dover gestire non solo le divergenze in seno al Consiglio, ma anche le aspettative di un’opinione pubblica interna sollecitata da narrative molto aggressive. La differenza di approccio rispetto alla sua predecessora, Angela Merkel, nota per una maggiore attenzione alla mediazione e alla costruzione del consenso, è apparsa netta e, agli esiti del vertice, controproducente.
La nuova dinamica di potere guidata da Italia e Francia
Al tavolo europeo, l’intransigenza tedesca si è scontrata con un fronte compatto e determinato. La premier italiana Giorgia Meloni, insieme al presidente francese Emmanuel Macron e con il decisivo punto di forza rappresentato dalla posizione del premier ungherese Viktor Orbán, ha saputo imporre una visione differente. L’accordo sul finanziamento per Kiev è passato attraverso canali differenti da quelli proposti da Merz, mentre la discussione sull’intesa con i paesi Mercosur è stata di fatto accantonata. Il risultato è stata una doppia, netta sconfitta per il cancelliere, il quale non solo non ha visto approvate le sue principali richieste, ma ha assistito a un tangibile spostamento degli equilibri. L’asse Roma-Parigi, con il supporto di altri, è emerso come il nuovo motore decisionale, relegando la Germania, almeno in questa occasione, a un ruolo marginale e subalterno.
Le implicazioni per il futuro della politica europea
L’esito del Consiglio segna un momento significativo nella governance dell’Unione, indicando che la capacità di dettare l’agenda non è più un appannaggio esclusivo di Berlino. La sconfitta di Merz e von der Leyen, entrambi esponenti del partito popolare europeo, delinea un panorama in cui le alleanze sono più fluide e il potere negoziale si costruisce su convergenze tematiche specifiche. La fermezza dimostrata dall’Italia sul dossier Mercosur, motivata dalla necessità di tutelare i propri interessi agricoli, ha trovato orecchie attente in altre capitali, creando una maggioranza di fatto che ha isolato la linea tedesca. Questo passaggio, al di là delle singole questioni all’ordine del giorno, dimostra come l’unilateralismo, in un’Unione a ventisette membri, sia una strategia destinata al fallimento, e come il centro di gravità possa spostarsi rapidamente quando si formano coalizioni trasversali.




