Trump: «Colpiremo 20 volte più forte se l’Iran fermerà i flussi di petrolio». Missili di Teheran su Iraq e la replica: «Fate attenzione a non essere eliminati»
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Redazione Esteri
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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha lanciato un ultimatum chiaro e minaccioso all’indirizzo di Teheran, in una fase già incandescente del conflitto in Medio Oriente. Da una parte, le parole del tycoon, che tornano a tuonare con la consueta enfasi, promettendo una reazione sproporzionata qualora l'Iran osi interferire con il commercio petrolifero globale; dall'altra, i fatti concreti sul terreno, con il lancio di missili iraniani verso una base americana in Iraq e gli attacchi incrociati che continuano a moltiplicarsi su vari fronti, dal Libano al Golfo. La tensione, già alle stelle dopo l'uccisione della guida suprema Ali Khamenei e la successione del figlio Mojtaba, non accenna a diminuire, anzi, si arricchisce di nuove e preoccupanti provocazioni verbali e militari.
La ritorsione promessa per lo Stretto di Hormuz
Il nodo della contesa, nelle ultime ore, è tornato a essere lo Stretto di Hormuz, quel passaggio strategico attraverso cui transita una percentuale significativa del greggio mondiale. Trump, nel corso di un'intervista e in successivi interventi sui suoi canali social, è stato chiaro: se l'Iran dovesse bloccare il flusso di petrolio, gli Stati Uniti risponderebbero con una forza "venti volte superiore" a quella finora impiegata. Una minaccia, questa, che il presidente ha voluto ribadire con toni apocalittici, parlando di "morte, fuoco e furia" e della possibilità di distruggere bersagli tali da rendere impossibile per l'Iran una futura ricostruzione come nazione. Le sue parole sembrano studiata per rassicurare i mercati, già in fermento per l'impennata del prezzo del greggio sopra i cento dollari al barile, ma al contempo rappresentano un'escalation verbale non da poco, che di fatto mette Teheran con le spalle al muro.
La replica di Larijani e il missile su Al-Harir
La risposta della leadership iraniana non si è fatta attendere, ed è arrivata su un duplice binario: quello della diplomazia spiccia, affidata ai social, e quello militare, con azioni mirate. Ali Larijani, capo del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, ha replicato direttamente a Trump con un messaggio pubblicato su X, dove, raccogliendo il guanto di sfida, ha dichiarato che il popolo iraniano, forte dello spirito di Ashura, non teme "minacce vuote". Il suo monito è stato netto e dal tono profetico: "Nemmeno più grandi di te sono riusciti a cancellare la nazione iraniana. Fai attenzione a non essere tu a essere eliminato". Poche ore dopo, a dare sostanza alle parole, ci hanno pensato i Guardiani della Rivoluzione, che hanno annunciato di aver preso di mira la base aerea di Al-Harir, nella regione del Kurdistan iracheno, con cinque missili. Un attacco, questo, diretto contro quella che hanno definito "la testa di ponte dell'esercito invasore americano", a dimostrazione della capacità di colpire interessi statunitensi nella regione. Il primo ministro iracheno, Mohammed Shia al-Sudani, nel frattempo, ha cercato di tenere il paese fuori dagli scontri, sottolineando con il segretario di stato americano Marco Rubio l'importanza che il suo spazio aereo e il suo territorio non vengano usati per azioni militari contro i vicini, proprio mentre fazioni filo-iraniane come la Kataib Imam Ali subivano attacchi che hanno causato diverse vittime.
L'avanzata in Libano e gli ordini di evacuazione
Il fronte libanese, parallelamente, si infiamma. Le forze di difesa israeliane hanno emesso nuovi e urgenti ordini di evacuazione per i residenti delle città costiere di Tiro e Sidone, e più in generale per tutte le aree a sud del fiume Litani. Il portavoce militare, colonnello Avichay Adraee, ha avvertito la popolazione di allontanarsi immediatamente dalle zone indicate in apposite mappe, minacciando attacchi imminenti contro quelle che Tel Aviv descrive come infrastrutture militari di Hezbollah. L'aviazione israeliana ha già colpito obiettivi nelle città di Deir Siryan, Taybeh e Aabbasiyyeh, mentre sul terreno si registrano scontri diretti tra le truppe di Israele e i miliziani sciiti, con questi ultimi che hanno rivendicato la distruzione di alcuni carri armati Merkava nei pressi di Khiam. Le operazioni, come spiegato dall'esercito, mirano anche a colpire le risorse finanziarie del partito filo-iraniano, con raid che hanno preso di mira circa trenta strutture legate all'associazione Al-Qard Al-Hassan, ritenuta un canale di finanziamento per le attività armate del gruppo.
La disponibilità al dialogo e la chiusura iraniana
In questo clima di scontro aperto, trapela anche la possibilità di un contatto diplomatico. Lo stesso Trump, intervistato da Fox News, ha dichiarato di essere disposto a parlare con Teheran, seppur subordinando l'eventuale negoziato a "condizioni" precise che però non ha specificato. Una apertura che stride con la durezza delle sue precedenti dichiarazioni e che, per il momento, viene totalmente ignorata dalla controparte. Il messaggio di Larijani, del resto, sembra chiudere ogni spiraglio: l'Iran non solo non teme le minacce, ma ribadisce la sua determinazione a proseguire sulla strada dello scontro, forte di una compattezza interna che l'elezione del nuovo leader supremo sembra aver momentaneamente rinsaldato. La guerra, insomma, continua a mietere vittime e a far lievitare la tensione, con i caschi blu e le diplomazie internazionali che assistono impotenti a un conflitto che appare sempre più totalizzante.
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