Trump minaccia l'Iran: «Se toccano il petrolio colpiremo più duramente». I Pasdaran: «Decidiamo noi la fine della guerra»
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Redazione Interno
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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nella sua prima conferenza stampa in presenza dall'inizio delle operazioni militari congiunte con Israele contro l'Iran, ha delineato scenari di ritorsione sproporzionata qualora Teheran dovesse compiere l'atto estremo di interrompere il flusso petrolifero attraverso lo Stretto di Hormuz. Una minaccia, quella lanciata dal tycoon, che non lascia spazio a interpretazioni: se i Guardiani della Rivoluzione dovessero bloccare il passaggio delle petroliere, vitale per l'economia globale, la risposta americana sarebbe «venti volte più forte» di quanto si sia visto finora, con l'eliminazione di obiettivi «facilmente distruggibili» che renderebbero, nelle sue parole, «virtualmente impossibile per l'Iran ricostruirsi come nazione». Una dichiarazione, questa, pubblicata anche sul suo social Truth, che ha immediatamente innalzato la tensione in un quadrante già incandescente, mentre aerei militari sorvolano Teheran e una potente esplosione, riportata da giornalisti dell'AFP, è stata avvertita nella capitale iraniana nella serata di ieri.
Dall'altra parte dello scacchiere, la risposta dei Pasdaran non si è fatta attendere, ed è arrivata con la chiarezza propria di chi intende ristabilire una parità narrativa e strategica. Il portavoce dei Guardiani della Rivoluzione, in un comunicato diffuso dai media locali, ha di fatto ribaltato la prospettiva statunitense: «Saremo noi a decidere la fine della guerra», hanno affermato, rivendicando con forza che «l'equilibrio e il futuro status della regione sono ora nelle mani delle nostre forze armate». Un'affermazione, questa, che intende smentire l'ottimismo bellico di Trump, il quale pure aveva dichiarato che le forze iraniane hanno «perso tutto, non hanno più niente, non hanno più leadership», ipotizzando una conclusione del conflitto «molto presto, ma non questa settimana». Una smentita secca, quella di Teheran, che rivendica la capacità di determinare i tempi e i modi di un'eventuale cessazione delle ostilità, in una regione dove, nel frattempo, fonti iraniane vicine alla leadership confidano alla Cnn di avere «in mano il controllo del prezzo globale del petrolio».
L'asse europeo e la prudenza italiana sullo Stretto di Hormuz
Mentre la retorica bellica si fa sempre più rovente, nel Vecchio Continente si moltiplicano le consultazioni diplomatiche per gestire le ricadute del conflitto, e in particolare per garantire la sicurezza delle rotte commerciali. Il primo ministro britannico Keir Starmer, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno tenuto una serie di colloqui telefonici per coordinare una risposta comune alle «crescenti minacce dell'Iran». Downing Street, nel dare conto delle conversazioni, ha sottolineato la «vitale importanza della libertà di navigazione» e la necessità di lavorare «insieme a una serie di opzioni per proteggere le navi commerciali». Un'unità d'intenti che, però, nasconde differenze di approccio non secondarie.
Se Londra e Berlino sembravano propendere per un'interpretazione più interventista del coordinamento, magari attraverso una scorta navale militare ai mercantili in transito, da Palazzo Chigi è filtrata immediatamente una netta cautela. Fonti governative italiane, citate dall'Adnkronos, hanno fatto sapere che l'ipotesi di una missione di scorta in questa fase «non è un'opzione praticabile». Il timore, condiviso anche da alcuni Paesi del Golfo con cui l'Italia è in costante contatto, è che schierare navi da guerra per proteggere le petroliere potrebbe paradossalmente trasformare quei convogli in un "pull factor", in un'esca che attirerebbe gli attacchi dei Pasdaran rendendo le imbarcazioni commerciali, di fatto, dei bersagli ancora più ambiti. Una posizione prudenziale, quella di Roma, che mira a evitare fughe in avanti e che si allinea all'idea che la protezione dei traffici debba passare attraverso strumenti diversi, forse assicurativi o diplomatici, prima che militari. Lo stesso governo britannico, del resto, sta già sondando il mercato assicurativo londinese per garantire coperture adeguate agli armatori contro i rischi di guerra.
Il caro-energia e la pressione politica interna su Meloni
A complicare il quadro internazionale per l'esecutivo italiano si aggiungono le ripercussioni economiche interne del conflitto. L'impennata dei prezzi del petrolio e del gas, con il greggio che ha sfiorato quota 120 dollari al barile, sta già producendo effetti devastanti su famiglie e imprese, riaccendendo il dibattito politico. Il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, intervenuto alla Sapienza, ha attaccato duramente la premier: «Mentre il Medio Oriente brucia Meloni non riesce a scontentare Trump, né si preoccupa degli interessi di famiglie e imprese che sono sommersi e soffrono per il caro energia». Un'accusa, quella dell'ex presidente del Consiglio, che fotografa la difficile posizione del governo, stretto tra la fedeltà all'alleato americano e la necessità di tutelare l'economia nazionale.
La stessa Meloni, intervenuta a "Fuori dal coro" su Rete 4, ha cercato di gettare acqua sul fuoco della speculazione, dichiarandosi determinata a «combattere la speculazione e a impedire che la speculazione faccia esplodere i prezzi». Tra le ipotesi sul tavolo del governo, per contrastare il caro-benzina che in autostrada ha già sfondato i 2,6 euro al litro, tornano a circolare misure come l'attivazione delle cosiddette "accise mobili", un meccanismo che consentirebbe di utilizzare la maggiore IVA incassata per calmierare i prezzi riducendo le accise, e un possibile inasprimento fiscale sugli extraprofitti delle aziende energetiche. Un Consiglio dei ministri andato a vuoto, però, ha dimostrato l'incertezza dell'esecutivo, che pare attendista e spera in una rapida conclusione del conflitto per evitare di dover intervenire in modo strutturale. Una situazione complessa, che la premier dovrà affrontare anche nel suo intervento alle Camere, cercando di bilanciare la solidarietà atlantica con gli interessi nazionali, mentre i raid continuano e lo Stretto di Hormuz rimane il crocevia di una guerra che non accenna a placarsi.
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