Trump all’Iran: se bloccate il petrolio vi colpiremo venti volte più duramente

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’undicesimo giorno di conflitto in Medio Oriente si apre con una nuova, netta escalation verbale da parte del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il quale ha lanciato un ultimatum chiaro a Teheran riguardo alla libertà di navigazione e al flusso energetico globale. Mentre le operazioni militari, inquadrate nella cosiddetta “Operazione Epic Fury”, proseguono, il tycoon ha voluto ribadire con forza che gli Stati Uniti non tollereranno alcun tentativo di interferenza con le forniture di greggio, minacciando una rappresaglia di proporzioni inedite qualora l’Iran dovesse bloccare il passaggio delle petroliere. In particolare, Trump ha sottolineato come l’amministrazione sia focalizzata sul mantenimento del flusso di energia verso il mondo, concetto che ha ribadito con una certa enfasi, quasi a voler rassicurare i mercati internazionali dopo giorni di forte turbolenza.

La replica di Teheran, peraltro, non si è fatta attendere e, anzi, è arrivata proprio attraverso le parole dei Guardiani della Rivoluzione, i quali hanno dichiarato che non permetteranno l’uscita di un solo litro di petrolio dalla regione fino a quando gli attacchi congiunti di israeliani e statunitensi non cesseranno. Questa posizione, che di fatto rappresenta una sfida diretta non solo agli Stati Uniti ma all’intera economia mondiale, è stata definita da fonti diplomatiche come un tentativo di alzare il livello dello scontro, sfruttando la propria posizione geografica e il controllo sullo Stretto di Hormuz, punto nevralgico attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. È in questo contesto di tensione crescente che si inserisce la risposta del presidente americano, il quale, con un linguaggio diretto e privo di ambiguità, ha avvertito che colpirebbero l’Iran con una forza venti volte superiore a quella attuale, qualora Tehran dovesse mettere in atto la sua minaccia di bloccare le rotte commerciali.

La nuova Guida e la retorica della guerra

Le dichiarazioni di Trump giungono in un momento particolarmente delicato per l’Iran, segnato dalla recente elezione della nuova Guida suprema, Mojtaba Khamenei, figura la cui nomina è avvenuta nel secondo giorno di conflitto e che ha suscitato critiche immediate da parte dell’amministrazione USA. La scelta del figlio dell’ayatollah Ali Khamenei, peraltro, è stata interpretata da molti osservatori come un segnale di chiusura e di continuità da parte del regime, alimentando ulteriormente la tensione con Washington che, invece, avrebbe auspicato una soluzione diversa, magari simile a quanto accaduto in Venezuela, dove si è cercato un cambiamento attraverso pressioni politiche e economiche piuttosto che con un coinvolgimento militare così massiccio. Nonostante la durezza delle parole, Trump ha anche lasciato intendere che la guerra, dal suo punto di vista, potrebbe concludersi prima del previsto, definendola “praticamente finita” in un’intervista alla CBS News, salvo poi aggiungere una postilla significativa: “Abbiamo vinto in molti modi, ma non abbastanza”.

Questa ambivalenza, tipica del suo stile comunicativo, ha avuto ripercussioni immediate e quasi paradossali sui mercati finanziari, i quali, dopo aver visto il prezzo del petrolio balzare ai livelli massimi da quattro anni proprio a causa del conflitto, hanno registrato un parziale e improvviso raffreddamento. Le sue parole, infatti, se da un lato minacciano una escalation senza precedenti, dall’altro sembrano voler circoscrivere temporalmente il conflitto, un messaggio, quest’ultimo, che gli investitori hanno colto al volo per attenuare le proprie preoccupazioni circa una guerra di lunga durata. Ciononostante, la situazione rimane estremamente volatile, anche perché alle dichiarazioni sulla fine imminente delle ostilità si contrappongono quelle ben più bellicose riguardanti la reazione a un eventuale blocco petrolifero, creando uno scenario di incertezza in cui coesistono spinte contraddittorie.

La posta in gioco nello Stretto di Hormuz

Al centro di questa crisi, come detto, vi è lo Stretto di Hormuz, uno dei colli di bottiglia più strategici e vulnerabili del pianeta, la cui eventuale chiusura, anche solo parziale, avrebbe conseguenze catastrofiche per un’economia globale già provata da inflazione e instabilità. L’avvertimento dei Guardiani della Rivoluzione, in questo senso, non rappresenta una novità assoluta, ma assume un peso specifico maggiore proprio perché calato in un contesto di guerra aperta e non più solo di schermaglie diplomatiche. Trump, dal canto suo, sembra voler dissuadere Tehran con la minaccia di una forza soverchiante, consapevole che un’interruzione prolungata delle forniture farebbe schizzare il prezzo del greggio a livelli insostenibili per molte economie, inclusa quella statunitense in vista delle elezioni di midterm.

In questo clima di reciproche intimidazioni, la Turchia ha fatto sapere di aver schierato batterie Patriot in “consultazione con la Nato”, una mossa che evidenzia la preoccupazione degli alleati per un allargamento del conflitto oltre i confini iraniani. La comunità internazionale, dunque, osserva con apprensione l’evolversi della situazione, mentre i leader mondiali tentano di districarsi tra le pressioni americane e la necessità di garantire la propria sicurezza energetica. L’amministrazione Trump, per cercare di calmierare i prezzi, ha anche annunciato colloqui con la Russia di Vladimir Putin per valutare una possibile sospensione di alcune sanzioni sul petrolio, una mossa che, se confermata, rappresenterebbe una brusca inversione di tendenza rispetto alla linea dura fin qui tenuta con Mosca.

Operazioni militari e reazioni sul campo

Sul piano militare, le operazioni proseguono senza sosta e fonti locali riportano che un attacco aereo avrebbe preso di mira una raffineria nei pressi di Teheran, avvolgendo la capitale in una coltre di fumo nero e aggravando ulteriormente le preoccupazioni per la sicurezza degli impianti energetici del paese. L’esercito israeliano, dal canto suo, ha rivendicato nuovi attacchi nel centro dell’Iran e colpito obiettivi a Beirut, estendendo di fatto il raggio d’azione del conflitto anche al Libano, dove Hezbollah rappresenta un attore chiave. Nel frattempo, l’Agenzia delle Nazioni Unite per la salute ha lanciato un allarme circa i rischi di contaminazione per l’acqua, il cibo e l’aria a seguito degli incendi negli impianti petroliferi, un aspetto, questo, che rischia di trasformare una crisi bellica in una catastrofe umanitaria e ambientale dalle proporzioni incalcolabili.

Le parole del presidente americano, dunque, si inseriscono in un quadro estremamente fluido e pericoloso, dove ogni mossa può innescare reazioni a catena difficilmente controllabili. Mentre l’Iran sostiene che saranno loro a decretare la fine del conflitto, Trump continua a giocare la carta della deterrenza, alternando messaggi di pace imminente a minacce di distruzione totale. La partita, però, si gioca anche sui mercati e sulla percezione pubblica, con il prezzo della benzina che torna a essere una variabile politica di primaria importanza per la Casa Bianca, la quale cerca in ogni modo di evitare che l’impennata dei costi energetici eroda il consenso raccolto finora.

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