La partita del petrolio nello stretto di Hormuz e la minaccia di Trump a Teheran: «Colpiremo venti volte più forte»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il nodo energetico, con lo Stretto di Hormuz trasformato in un imbuto strategico attraverso cui transita una quota significativa del greggio mondiale, è tornato a essere il perno attorno a cui ruotano le minacce e le azioni militari nel conflitto tra Stati Uniti e Iran. Donald Trump, in una delle sue frequenti e dirette comunicazioni sul suo social network, Truth, ha lanciato un avvertimento senza mezzi termini a Teheran: se l'Iran dovesse bloccare il flusso di petrolio in quelle acque, la risposta americana sarebbe sproporzionata, una «venti volte più forte» di quanto già messo in atto dall'inizio dell'offensiva. Una dichiarazione, questa, che arriva mentre il Pentagono rivendica di aver già colpito più di cinquemila obiettivi militari iraniani, e mentre si susseguono raid a largo raggio e l'uso di droni e missili, con jet britannici che hanno neutralizzato velivoli senza pilota diretti in Giordania e Bahrein. Le parole del presidente americano, del resto, inquadrano l'operazione in corso non solo come una difesa degli interessi diretti a stelle e strisce, ma quasi come un favore, un «regalo», come lo ha definito lui stesso, alla Cina e a tutte quelle nazioni – soprattutto europee e asiatiche – che dipendono energeticamente da quella via d'acqua e che, di fatto, si troverebbero in difficoltà senza il passaggio delle petroliere.

La replica di Teheran e la posta in gioco con l'asse israeliano

Dall'altra parte dello schieramento, la risposta non si è fatta attendere e ha assunto i toni di una sfida diretta alla narrazione della Casa Bianca. I vertici iraniani, attraverso i canali ufficiali e le dichiarazioni dei pasdaran, hanno respinto al mittente le pressioni psicologiche di Trump, rivendicando con forza la capacità di decidere autonomamente i tempi e i modi della conclusione delle ostilità. «Saremo noi a determinare la fine della guerra», hanno fatto sapere, mentre fonti vicine al regime rivelano piani per imporre veri e propri dazi di sicurezza alle navi commerciali e alle petroliere degli alleati americani che transitano nel Golfo Persico, un'escalation economica che di fatto trasformerebbe ogni passaggio in una trattativa. Non è un caso, in questo clima incandescente, che il presidente francese Emmanuel Macron, durante una visita a Cipro, abbia annunciato l'intenzione di preparare una missione a carattere difensivo per riaprire lo Stretto di Hormuz, ma solo dopo che la fase più acuta del conflitto si sarà attenuata; un intervento, quello francese, che mira a scongiurare il collo di bottiglia energetico per l'Europa, ma che implicitamente riconosce la precarietà della situazione attuale.

Il nodo diplomatico e la telefonata con Putin

Sul fronte diplomatico, e quasi a bilanciare il fragore delle armi, si è inserita una lunga conversazione telefonica durata circa un'ora tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin. Un colloquio, questo, che ha visto al centro proprio la crisi in Iran e, parallelamente, il dossier ucraino. Secondo quanto ricostruito, il presidente americano ha ribadito la sua linea, giustificando l'attacco preventivo – definito come tale – con la necessità di anticipare un'offensiva di Teheran, che sarebbe stata pronta al cento per cento nel giro di una settimana. Un'assenza di conferme ufficiali lascia però ampio spazio alle interpretazioni su cosa abbia realmente spinto Washington a intensificare i raid proprio in questa fase. Putin, da parte sua, ha avanzato alcune considerazioni miranti a una risoluzione politica della vicenda, proponendo di tenere conto anche dei contatti con i leader dei paesi del Golfo, un’area che in questa guerra sta giocando un ruolo ambiguo, offrendo basi e supporto logistico ma temendo al contempo un’estensione incontrollabile del conflitto.

Le ripercussioni sul terreno e la posizione irachena

Sul terreno, la guerra allargata sta producendo effetti a catena ben oltre i confini iraniani. La Nato è stata costretta ad abbattere un missile iraniano finito nello spazio aereo della Turchia, un episodio che dimostra come il raggio d'azione dei vettori possa facilmente valicare i limiti regionali. E mentre Netanyahu rilancia, sostenendo che con Teheran «non abbiamo finito», l'Iraq si trova ancora una volta stretto nella morsa. Il primo ministro iracheno ha ribadito in una conversazione con il segretario di Stato americano Marco Rubio la necessità che il proprio spazio aereo, acque territoriali e territorio non vengano utilizzati per azioni militari contro i vicini, un messaggio chiaro a Washington affinché non trasformi il paese in una pedina del confronto. Una richiesta, quella di Baghdad, che suona quasi come un grido d'allarme, visto che basi americane in Iraq sono già state oggetto di attacchi con razzi, intercettati dai sistemi di difesa, e che quotidianamente droni vengono abbattuti nei cieli di Erbil, a riprova di quanto il conflitto sia già ampiamente radicato nel cuore della regione.

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