Il figlio della vittima delle Br porta gli auguri al presidio di Askatasuna, mentre la tensione resta alta
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Redazione Interno
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Nel quartiere Vanchiglia, dove fino a pochi giorni fa sorgeva il centro sociale Askatasuna, un gesto inaspettato ha interrotto, seppur brevemente, il clima di tensione che perdura dallo sgombero. Giovanni Berardi, figlio di un agente ucciso dalle Brigate Rosse nel 1978 e oggi presidente dell’Associazione europea vittime del terrorismo, ha voluto portare personalmente gli auguri natalizi agli agenti in presidio davanti alla palazzina di corso Regina Margherita. “A Torino – ha dichiarato – non c’è posto migliore e non ci sono persone migliori alle quali oggi per orgoglio, per affetto e gratitudine si possa davvero augurare un sincero, sentito, vero, felice Santo Natale”. Una scelta, la sua, che assume un peso simbolico considerevole, attraversando due epoche diverse della storia del terrorismo e della protesta cittadina.
Un edificio dal doppio volto e le proteste dopo lo sgombero
Quella di Berardi non è stata l’unica manifestazione di vicinanza ai poliziotti, poiché diversi residenti della zona – i quali, occorre ricordarlo, avevano protestato vivacemente contro l’evacuazione – hanno a loro volta voluto esprimere riconoscenza portando panettoni e pandori al presidio. Un apparente paradosso che si spiega solo comprendendo la natura duplice che, secondo molti abitanti, caratterizzava il luogo. Se da un lato, infatti, le indagini lo indicano come base organizzativa di azioni violente, dall’altro per il quartiere rappresentava un punto di aggregazione sociale irrinunciabile, ospitando iniziative culturali, proiezioni, dibattiti e attività per i più piccoli, oltre a servizi di supporto. È per questo che, nelle loro proteste, i residenti hanno chiesto che qualsiasi futuro bando per la riassegnazione dell’immobile ne conservi intatto il valore sociale.
Le indagini sugli scontri e l’allerta per il Capodanno
La questura di Torino, intanto, mantiene alta la guardia e lavora su due fronti distinti ma collegati. Da una parte, ci sono le indagini sugli scontri che hanno accompagnato lo sgombero: la Digos ha già identificato i primi trenta indagati, un lavoro meticoloso che procede nell’analisi dei filmati e delle segnalazioni. Dall’altra, l’attenzione è già proiettata verso la data del 31 dicembre, per la quale è stata annunciata una manifestazione di protesta al grido di “Aska è la mia città”. Le forze dell’ordine, consce delle tensioni ancora vive, hanno dispiegato un dispositivo di sicurezza rafforzato, nell’attesa di un ultimo dell’anno che potrebbe rivelarsi particolarmente delicato per le strade del quartiere.
Una ferita storica e una pagina di cronaca attuale
La vicenda di Askatasuna, pertanto, si conferma come un intricato nodo che lega passato e presente, memoria collettiva e cronaca nera. Il gesto di Giovanni Berardi, carico di una sofferenza personale che affonda le radici negli anni di piombo, si è sovrapposto alla complessa realtà di un centro sociale la cui chiusura ha lasciato un vuoto e acceso proteste. Mentre la macchina investigativa va avanti, cercando di fare chiarezza sugli episodi di violenza, il quartiere si trova diviso tra il bisogno di legalità e la difesa di uno spazio percepito come vitale, in un momento in cui la semplice parola “presidio” assume significati profondamente diversi a seconda di chi la pronuncia.




