La famiglia B. detta la linea su Milano, sconfessando la segreteria e rispolverando Dell’Utri per il contro-summit
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Il terremoto politico che sta attraversando Forza Italia, con le sue scosse di assestamento che partono dalle stanze romane per propagarsi fino alle segreterie locali, ha trovato a Milano un nuovo, significativo epicentro. Mentre il governo affronta le sue ordinarie tensioni, nel capoluogo lombardo si è consumata una frattura emblematica: la segreteria cittadina del partito aveva tentato di archiviare come un’“iniziativa a Titolo personale” il presidio organizzato dal giovane responsabile immigrazione Amir Atrous, pensato per opporsi al clima della manifestazione leghista in programma in piazza Duomo. Peccato che il tentativo di normalizzazione sia durato lo spazio di un mattino, prima che dalla dirigenza nazionale, e specificamente dall’area più vicina alla famiglia Berlusconi, piovessero smentite nette e un inatteso endorsement che ha ribaltato le gerarchie locali.
A sparigliare le carte è stato un coro di voci pesanti, che hanno volutamente scavalcato i vertici formali del partito per sostenere la contro-mobilitazione. Stefania Craxi, da poco riconfermata alla guida dei senatori azzurri, ha fatto sapere che Forza Italia “a ogni livello deve garantire il suo sostegno” al sit-in di Atrous, offrendo una copertura politica a chi, nel capoluogo, aveva provato a smarcarsi dalla Lega sul terreno spinoso dell’immigrazione. Ma il vero colpo di teatro, quello che ha trasformato una scaramuccia locale in un caso nazionale, è stato l’intervento di Marcello Dell’Utri. Il cofondatore del partito, che si concede ormai raramente ai commenti di costume politico, ha scelto questa vicenda per tornare a parlare, e lo ha fatto con il consueto stile tranchant: “Non ho dubbi che anche Silvio Berlusconi avrebbe sostenuto l’iniziativa”.
L’uscita di Dell’Utri non è solo un gesto di affetto verso il fondatore scomparso, ma rappresenta una bolla di Palazzo – un promemoria per i quadri intermedi – su chi detiene realmente il controllo del partito in questa delicata fase post-berlusconiana. L’ex senatore ha liquidato le obiezioni della segreteria milanese con un secco “a me non frega nulla”, sottolineando come la manifestazione di Atrous sia “una cosa giusta e santa” che ha il compito di dare voce ai “nuovi italiani”. La mossa ha il sapore della politica dura: in un momento in cui i Berlusconi hanno appena tenuto a rapporto per ore Antonio Tajani, sfiduciando i capigruppo Barelli e Gasparri, la discesa in campo su Milano serve a ribadire che la linea non si decide nelle segreterie locali, ma seguendo l’istinto liberale e moderato che, secondo i fedelissimi, era proprio del Cavaliere.
Il giorno delle tre piazze e la spaccatura sul percorso della Liberazione
Il quadro della giornata di sabato 18 aprile si preannuncia caotico, disegnando una mappa della rabbia e delle appartenenze che attraverserà il centro cittadino. Da una parte, la Lega sfilerà lungo quel rettilineo di via Palestro che conduce al Duomo, un percorso che – come è stato sottolineato con irritazione dalle opposizioni – ricalca fedelmente il tragitto simbolico del corteo del 25 aprile, la festa della Liberazione dal nazifascismo. L’assegnazione di quel percorso a una manifestazione che parla di “remigrazione” è stata letta da molti osservatori come una provocazione; il sindaco Beppe Sala, dal canto suo, ha ammesso che si tratterà di “una giornata complessa” per la città, soprattutto per la gestione dell’ordine pubblico.
In risposta, il fronte antagonista ha messo in campo tre concentramenti distinti, pensati per accerchiare idealmente il centro. Si parte da piazza Lima con lo slogan “Milano è migrante”, passando per piazza Tricolore (corteo “Antifa”) e piazza Argentina (realtà palestinesi), per poi confluire verso piazza Santo Stefano. È in questo contesto di tensione che si inserisce l’iniziativa di Amir Atrous, prevista per le 10 all’Arco della Pace. Una manifestazione che, nelle intenzioni del giovane esponente, vuole raccontare “il valore e il contributo delle seconde generazioni” -2-6, contrapponendo un’integrazione possibile al paradigma della paura sostenuto dalla Lega.
Nonostante la disapplicazione formale da parte dei vertici cittadini – che avevano rimproverato Atrous per la mancata condivisione preventiva dell’evento – il partito si è quindi ritrovato diviso in due tronconi. Da un lato i funzionari locali, legati a una logica di alleanza governativa e di non rottura con Salvini; dall’altro i “padri nobili” (Dell’Utri e Craxi) e l’ala più sociale del partito, rappresentata da Letizia Moratti, che non hanno esitato a dire “presente” per rivendicare una identità forzista distinta da quella leghista.
Quando il governo balbetta e l’alleanza si incrina sui numeri
Questa frattura assume contorni ancora più precisi se si osservano le dinamiche nelle istituzioni locali. Solo il giorno prima della manifestazione, il consiglio comunale di Milano ha approvato un ordine del giorno che condanna esplicitamente i contenuti del “Remigration Summit”, giudicandoli incompatibili con i valori democratici della città. Il dato politico è rivelatore: Forza Italia si è astenuta, uscendo così dall’aula al momento del voto senza esprimere un dissenso diretto ma nemmeno un sostegno alla Lega; Fratelli d’Italia, invece, ha scelto la via dell’uscita, un gesto che molti hanno letto come un imbarazzo impossibile da nascondere.
L’analisi dei numeri, che Atrous ha voluto ricordare nel suo intervento, fornisce lo sfondo razionale di questa rottura. Al 1° gennaio 2026, gli stranieri residenti in Italia superano i 5,5 milioni, rappresentando quasi il 10% della popolazione e una fetta significativa degli occupati. In questo contesto, accusare Forza Italia di fare “tattica sulla pelle delle persone” (come ha fatto il segretario del Pd milanese Capelli) -4 potrebbe essere riduttivo: ciò che emerge dal pressing della famiglia B. è piuttosto la volontà di intercettare un elettorato moderato e imprenditoriale che vede nell’immigrazione una risorsa e non solo un pericolo, allontanandosi dallo stillicidio comunicativo della Lega sui rimpatri.
L’intervento di Dell’Utri, infine, ha un peso specifico che va oltre la semplice dichiarazione di circostanza. Scomodare la memoria di Silvio Berlusconi in un partito che vive ancora della sua eredità politica significa riscrivere i confini del “centrodestra possibile”: un’operazione che, volenti o nolenti, costringe Tajani e i suoi fedelissimi a fare i conti con una base che a Milano ha deciso di non chinare la testa di fronte alla linea dura di Salvini. La giornata del 18 aprile, quindi, non servirà solo a misurare il polso della piazza, ma anche a verificare quanto il partito di Arcore sia ancora in grado di dettare l’agenda ai propri alleati.




